Fondi Ue, patto per il Mezzogiorno: ecco il piano Sud del governo Conte

Giovedì 12 Settembre 2019 di Nando Santonastaso

L'obiettivo non è nuovo, il clima politico per cercare di realizzarlo sì. Il piano di investimenti straordinari che il governo giallorosso ha in mente per rilanciare il Mezzogiorno, partendo dalle infrastrutture, passa direttamente per Bruxelles. E avrebbe un percorso in gran parte già disegnato da tempo, ovvero la possibilità di non inserire più il co-finanziamento nazionale nel Patto di stabilità interno. Il che, per i non addetti ai lavori, vuol dire non calcolare nel bilancio dello Stato decine di miliardi che invece, ad oggi, vi entrano a pieno titolo in base alle norme europee vigenti, riducendo non poco i margini di manovra dei nostri conti pubblici.
 
È a questa flessibilità che guarda il premier Giuseppe Conte chiedendo all'Ue, come ha dichiarato ieri al termine dell'incontro con la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una sorta di cammino agevolato per il Mezzogiorno, entrato a pieno titolo anche oltre confine nell'agenda delle priorità del Paese.

Il presidente del Consiglio non è sceso nei dettagli e ha opportunamente chiarito che non si tratta di aspirare a corsie preferenziali che del resto l'Unione non permetterebbe mai e poi mai. Ma molti elementi contribuiscono a sostenere che il traguardo finale sia proprio questo: permettere all'Italia (ma anche a tutti gli Stati membri) di escludere dal bilancio la spesa per investimenti non solo per alcune tipologie di interventi legati ai fondi strutturali europei ma per tutti, come del resto ha chiesto espressamente l'Europarlamento nella scorsa primavera alla futura Commissione (anche se in maniera non vincolante).

Era stato l'eurodeputato del Pd Andrea Cozzolino a farsene promotore (con il sostegno tra gli altri dell'allora presidente della Commissione per i problemi economici e monetari dell'europarlamentare all'Economia e oggi ministro, Roberto Gualtieri), ottenendo un ampio consenso anche tra i rappresentanti di Paesi rigoristi, Germania e Olanda in testa. «Parliamo di 35-40 miliardi liberati dal bilancio e quindi di spazi importanti di risorse soprattutto per le aree, come il Mezzogiorno, che ricevono quasi il 60 per cento delle risorse europee», dice Cozzolino. E aggiunge: «Nel pacchetto approvato dall'Europarlamento, e che dovrà essere ora discusso con la nuova Commissione, figura anche il potenziamento della struttura amministrativa delle aree deboli. Se si liberano più risorse, in altre parole, bisognerà fare in modo che esistano in loco le competenze giuste per poterle spendere bene, altrimenti sarebbe tutto inutile».

Se l'Italia conta di farcela è perché, come detto, rispetto a qualche settimana fa il clima politico con l'Ue è profondamente cambiato. La visione europeista del nuovo governo e la possibilità di contare su personalità apprezzate a Bruxelles, come lo stesso Gualtieri e ovviamente il neo-commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, hanno aperto sicuramente più ampi spazi di confronto. Naturalmente questo non significa che tutti i Paesi membri siano disponibili ad accogliere una misura che specie dai Paesi del Nord Europa non è mai stata vista di buon occhio, nel timore di contraccolpi sui precari equilibri di bilancio di un Paese come l'Italia (e non solo). Ma la partita, stavolta, si può giocare anche perché in uno scenario di stagnazione economica e in vista delle novità che la stessa Von der Leyen ha annunciato per rinnovare i Trattati europei, il tema diventa sicuramente centrale.

Del resto, va ricordato che questo tipo di flessibilità l'Italia l'ha già ottenuta negli ultimi anni dall'Ue sia pure per specifiche esigenze (l'ultima per il dissesto idrogeologico di alcune Regioni colpite da calamità naturali). Ora si tratta di applicarla in maniera più estesa, ad esempio non solo sulle spese co-finanziate ma anche su quelle per gli investimenti tout court di cui il Mezzogiorno ha un bisogno vitale, specie dal punto vista infrastrutturale. «È un problema di alleanze, non solo di strategia economico-finanziaria - dicono a Bruxelles perché solo un accordo solido con il maggior numero di partners può far avanzare questo progetto. Non va dimenticato che l'Ue non potrà mai avallare ipotesi di interventi in favore delle aree deboli, come il Mezzogiorno, derogando alle sue regole di base: niente fiscalità di vantaggio, insomma, a beneficio di un Paese».

Già, ma questa auspicabile svolta potrebbe scattare subito o bisognerebbe attendere il prossimo ciclo di programmazione 2021-2027? Fonti di Bruxelles non escludono che si possa partire, magari in via sperimentale, già l'anno prossimo permettendo al governo giallorosso di finanziare ad esempio tipologie di spesa inserite ai primi posti del programma, come quelle per i servizi pubblici, dalla scuola alla sanità, che anche stavolta vedono il Sud in forte ritardo. È solo un'ipotesi, ovviamente, ma non del tutto campata in aria se si considera che senza aperture sulla flessibilità sarebbe impossibile per l'Italia ottenere altri fondi per le aree deboli dalla Commissione.

Nel contempo, ricorda l'economista Amedeo Lepore, si potrebbe avviare anche una revisione delle norme sugli aiuti di Stato che sembrano a volte paradossali e limitativi per il Sud: «Le imprese della logistica impegnate nelle Zes spiega non possono partecipare all'assegnazione dei crediti d'imposta previsti per tutte le altre tipologie di imprese perché nel loro caso sono considerati aiuti di Stato. Non è un problema di risorse, basterebbe una correzione della norma. E l'Italia, nel ridiscutere il Patto di stabilità, potrebbe metterla sul tavolo».

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