«Fondi Ue, sì al piano per il Mezzogiorno ma occhio ai progetti»

Venerdì 13 Settembre 2019 di Nando Santonastaso

L'Ifel, l'Istituto per la finanza e l'economia locali che opera per l'Anci, l'associazione dei comuni, segnala che nel primo semestre 2019 sono tornati a crescere gli investimenti pubblici dei Comuni dopo due anni che più orribili non si può. Il Nord ha registrato, rispetto all'analogo semestre 2018, un incremento del 13%, il Mezzogiorno del 6 %. Numeri ancora molto bassi se rapportati al crollo determinato anche dalla crisi e dalla recessione dell'ultimo decennio.

Ma sono comunque numeri interessanti, anche perché sono frutto dell'analisi dei pagamenti di cassa, l'unico elemento in grado di accertare l'avvenuta realizzazione dell'investimento stesso. È prematuro parlare di una inversione di tendenza ma di sicuro è la spia di una disponibilità al rilancio del Paese e del Mezzogiorno che il nuovo governo ha affidato anche al progetto di eliminare il cofinanziamento nazionale dal Patto di stabilità per liberare più risorse nei bilanci e incentivare di conseguenza gli investimenti, come raccontato ieri dal Mattino.

Un progetto legato al via libera dell'Ue e al nuovo profilo politico del nostro Paese ma sul quale la convergenza dell'Europarlamento, per quanto non vincolante, è già garantita. L'interesse di sicuro è alto, specie tra le imprese. Dice ad esempio Federica Brancaccio, presidente della Associazioni dei costruttori napoletani: «Se il lavoro del premier Conte si traducesse davvero nella possibilità di tener fuori il cofinanziamento nazionale dal Patto di stabilità, saremmo di fronte a un'ottima notizia. Di fatto aggiunge - si disegnerebbe un percorso agevolato per aumentare ed efficientare le infrastrutture al Sud. Ricordo che il gap infrastrutturale tra Nord e Sud rappresenta un aggravio di costi, e, dunque, un maggior peso per la competitività delle imprese allocate al meridione. È evidente - continua la leader dell'Acen - che se davvero queste ingenti risorse potessero essere disponibili, per avviare un processo di sviluppo socio-economico, restano necessarie la garanzia dei tempi, la capacità di spesa e le opportune scelte strategiche riguardo alle opere pubbliche su cui investire».

Cauto anche l'economista Severino Nappi, già assessore regionale della Campania: «Una buona idea - dice - non certo nuova: l'ha già usata persino il governo Monti. In sede europea se ne discute da tempo, anche per favorire la ricostruzione post terremoto, come avevano già proposto Antonio Tajani e il Ppe. Può servire per liberare qualche risorsa e rimettere in moto la spesa, serve soprattutto al nuovo governo per portare a casa la legge di Stabilità, ma non parlerei di una soluzione per il Sud. Quella passa per un progetto organico che, invece, manca del tutto». Il rischio, aggiunge Nappi, «è che questi soldi finiscano nel calderone facile della spesa assistita, degli incentivi, degli 80 euro... insomma nella politica che strizza l'occhio all'elettore distratto, ma che è incapace di guardare lontano. E poi c'è una seconda questione, ancora più grave: i soldi dei fondi europei possono servire solo se li spendi. E io mi limito a citare il caso della Campania. Al 30 giugno 2019, con la scadenza del programma per il dicembre 2020, siamo al 18%: è uno dei dati peggiori d'Europa».

«Il rilancio degli investimenti - sostiene Stefan Pan, vice presidente di Confindustria e responsabile per le politiche di coesione - può senza dubbio essere la chiave per la ripartenza, per il Sud e per l'intero Paese. Come abbiamo mostrato con il Check Up Mezzogiorno solo qualche settimana fa - aggiunge - se gli investimenti privati negli ultimi anni hanno tenuto il passo, quelli pubblici sono lontanissimi dai livelli precrisi: di quasi 10 miliardi inferiori. La capacità progettuale e amministrativa ha senza dubbio un peso in questo calo, ma diciamolo con franchezza: l'aggiustamento dei conti, molto spesso, è stato fatto sacrificando proprio questa spesa. Con la conseguenza di rendere peggiori i servizi a cittadini e imprese meridionali, e incidere sulla competitività dei territori».

Secondo Pan, «per rilanciare il Paese, e l'intera Ue, abbiamo bisogno di un vero Patto di Crescita e Stabilità, che sappia distinguere le spese che gli Stati membri sostengono: togliere dal calcolo le spese che guardano al futuro, come quelle per le infrastrutture, per l'istruzione, per l'ambiente, può essere non solo un efficace stimolo economico, ma un investimento sul futuro stesso dell'Europa, che ha una occasione unica per tornare a farsi sentire più vicina dai suoi cittadini. A cominciare da quelli meridionali. È una occasione da non perdere».

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