«Il G20 può impegnarsi per i diritti delle donne»

Mercoledì 1 Settembre 2021 di Erminia Voccia
«Il G20 può impegnarsi per i diritti delle donne»

«Può un emirato governare su base decentrata? È un grande punto di domanda che si staglia sul futuro dell'Afghanistan», commenta l'Ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata, ex ministro degli Affari esteri. «Le cause di instabilità che hanno segnato qualsiasi forma di governo ci sono sempre, - prosegue Terzi - dominano i capi tribù e i capi clan, ognuno ha le proprie armi e la propria applicazione della sharia. Un territorio così non riesce a essere governato da Kabul».

Ambasciatore, si hanno speranze che la diplomazia possa incidere sulla crisi afghana, sono ben riposte?
«Il confronto con i talebani è necessario per una questione di sicurezza dell'Occidente, al di là dell'urgenza della questione umanitaria. Al G20 si creerà la solita contrapposizione con Russia e Cina, che proveranno a ostacolare gli sforzi tesi a tutelate il rispetto dei diritti umani. Alla riunione del Consiglio di sicurezza Onu, Cina e Russia hanno già completamente azzerato la proposta franco britannica di una risoluzione finalizzata a creare delle aree protette, sotto il controllo Onu, che avrebbero consentito le operazioni umanitarie dopo il ritiro delle truppe internazionali. Draghi ha colto l'opportunità unica posta dalla presidenza italiana del G20 di lavorare a favore dell'Afghanistan. Far leva sul G20 per influire sulla crisi afghana è stata un'idea estremamente brillante. È stato un convincimento maturato da parte della Presidenza del Consiglio partendo dalla valutazione degli aspetti socio-economici di una grande crisi geopolitica. Il G20 è un'opportunità valida a superare il veto vergognoso posto da Russia e Cina che ha impedito all'Onu di creare le zone di sicurezza a Kabul. La decisione, inoltre, annunciata da Blinken di convocare un G7 con la partecipazione aggiuntiva di alcuni Paesi interessati alla crisi afghana è combinabile alla strategia di Draghi. Il passaggio del G7 per preparare il G20 ha molto senso perché permette di agire di conseguenza negli altri contesti multilaterali. Nel G20, inoltre, da tempo esiste un punto all'agenda dei lavori chiamato Women's Empowerment. Se n'è discusso a Santa Margherita Ligure pochi giorni fa. Il comunicato finale è tosto perché prevede 7 punti sui quali i Paesi del G20 si impegnano a far garantire una serie di diritti, dal diritto all'istruzione a quello al lavoro, delle donne di tutto il mondo ma nello specifico delle donne afghane. È un modo per accendere i riflettori su tutto quello che succede in Afghanistan».

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Come giudica il ruolo di attori come Pakistan e Iran nella crisi afghana?
Il Pakistan addirittura potrebbe essere definito il protagonista principale rispetto a quello che avverrà nelle comunità pashtun e nelle madrasse che continuano a seminare la radicalizzazione nelle aree tra il Pakistan e l'Afghanistan. Per questo, al G20 necessariamente dovrà esserci il Pakistan. Ancora più inquietante è l'area del Khorasan dove c'è il risveglio dello Stato Islamico e dove il Pakistan ha un ruolo molto importante. I talebani del Pakistan e dell'Afghanistan da almeno 10 anni non sono più in lotta tra loro ma sono entità integrate e orientate all'applicazione più oscurantista della sharia e di quella più violenta del jihad. Ma chiedere che anche l'Iran diventi un protagonista dei negoziati sull'Afghanistan è stata una mossa provocatoria da parte di Mosca. Teheran sfrutterà il G20 per schierarsi con quei Paesi che vogliono fare del nuovo Afghanistan quello che l'Iran ha già fatto con Siria, Iraq e Libano. Ci sono testimonianze, oltre che un'infinità di documenti a disposizione dell'Alleanza Atlantica, a riprova che i talebani della rete Haqqani, quella collegata anche allo Stato Islamico nel Khorasan, e i vertici di Al Qaeda abbiano rapporti da almeno vent'anni con Teheran. La Repubblica islamica dell'Iran è parte di un mondo che utilizza il terrorismo come arma di politica estera. Si parla spesso del sostegno pakistano ai talebani, ma dovremmo anche discutere del sostegno al terrorismo globale da parte dell'Iran, un fatto anche più grave. Minacce all'esistenza di Israele (dichiarazioni di questo tipo sono arrivate anche da parte del nuovo presidente iraniano, responsabile di crimini contro l'umanità), che si aggiungono alle violazioni degli impegni internazionali sul nucleare. Tutto questo rende la presenza dell'Iran al G20 una condizione impossibile da accettare».

Lo scenario che si profila per la Cina?
«Un paio di mesi prima della caduta di Kabul una delegazione talebana ha siglato con la Cina un accordo che impegna i talebani a garantire che non ci sia nessuno sconfinamento di terroristi uiguri in Afghanistan, da dove potrebbero operare con più facilità. L'accordo prevede che i talebani non sostengano nessun terrorista uiguro dello Xinjiang. Qualsiasi futura mossa cinese avverrà in ragione e quale continuazione di questo rapporto. Ma il terrorismo è per Pechino un esempio di casus belli finto simile a quelli già usati in altri contesti come giustificazione per fare terra bruciata, è avvenuto per esempio per le guerre cecene. Quella con i talebani è una relazione bilaterale mirata a sfruttare i mille miliardi di dollari, o tremila, costituiti dalle preziose riserve di terre rare afgane. Sappiamo quanto la Cina sia abile a impadronirsi delle risorse minerarie dei Paesi più poveri, con opere pubbliche e investimenti, ma anche attraverso la garanzia che alla prima rata non pagata immensi territori passano in mani cinesi. Il secondo aspetto che interessa alla Cina è assicurarsi la via di comunicazione ai territori dell'Asia Centrale, attraverso linee di frontiera che passano anche per l'Afghanistan. Un collegamento ferroviario diretto che finisce nel Mediterraneo e che per questo costituisce un vantaggio epocale».

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