Manfredi giura da ministro dell'Università: «Assumiamo diecimila ricercatori»

Sabato 11 Gennaio 2020 di Lorena Loiacono
Rettore della Federico II di Napoli e presidente Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane, ieri Gaetano Manfredi ha giurato al Quirinale come ministro della Repubblica italiana. Ministro dell'Università e della Ricerca, andando così a guidare un dicastero che mancava dal 2008, essendo poi stato accorpato con quello alla scuola. Lui che degli studi universitari ne ha fatto la sua vita e la sua carriera, ieri era visibilmente commosso: «È stata una grandissima emozione giurare davanti al Presidente Mattarella. Adesso però c'è davvero tanto da fare, è il momento di mettersi a lavorare per sistemare quel che non va».
 

Sul suo ministero incombe però la mancanza di fondi, l'ex ministro Fioramonti si è dimesso proprio per questo. Come farà?
«Sicuramente il tema dei fondi è importante, ci metteremo subito al lavoro con il premier Conte e in Consiglio dei ministri per reperire le risorse e per dare progressivamente le risposte che il mondo accademico aspetta da tempo».

Quali sono le priorità?
«I giovani innanzitutto. Con il presidente Conte abbiamo intenzione di avviare una serie di incontri con i protagonisti del mondo dell'università e della ricerca per raccogliere i suggerimenti su quelle che devono essere le politiche da implementare. Partiremo dai giovani».

Da dieci anni assistiamo a un calo delle matricole, come si attraggono gli studenti?
«Ne abbiamo persi tanti, troppi. Dopo una lieve ripresa siamo tornati al numero di iscrizioni del 2008. Ma non basta, non ci possiamo accontentare: il numero dei nostri studenti è ancora tra i più bassi d'Europa con divari territoriali importanti. Dobbiamo dare massima attenzione al diritto allo studio».

In che modo?
«Nelle aree dove il reddito medio è più basso, inevitabilmente ci sono le maggiori difficoltà nel mandare i figli all'università. Voglio trovare una risposta insieme alla Conferenza delle Regioni per affrontare l'importante tema delle borse di studio: vanno garantite a tutti gli aventi diritto. La no tax area ad esempio, che comporta l'esenzione dalle tasse di iscrizione per reddito e per merito, ha aiutato molto le famiglie con i redditi bassi. Dobbiamo rafforzare ed estendere le facilitazioni all'accesso universitario ma non facendo ricadere le spese sull'università. Il mancato gettito delle tasse per le casse universitarie va compensato dallo Stato».

Oggi non è così?
«No. Finora purtroppo la compensazione da parte dello Stato non è stata sufficiente e i piccoli atenei hanno sofferto per questo. È importante fare un discorso complessivo a tutto tondo sugli atenei e le iscrizioni. Altrimenti non funziona».

Sta curando altri aspetti del sistema universitario?
«Se davvero vogliamo aumentare gli iscritti credo sia fondamentale pensare alle strutture dove accoglierli per farli studiare: va affrontato quindi il problema dell'ammodernamento e dell'espansione delle strutture. Servono aule e laboratori, proprio per ammodernare la ricerca. Finora siamo andati avanti con l'autofinanziamento».

Ha già un'idea di quanti fondi serviranno?
«Una delle prime attività che metterò in moto è fare ricognizione con la Conferenza dei Rettori per individuare i progetti cantierabili. Abbiamo due problemi importanti sull'università: poche risorse da un lato e la mancanza di una programmazione certa».

Anche didattica?
«Per poter lavorare bene e avere la speranza di continuare a farlo, ogni anno serve la certezza che ci sia un numero di posti disponibili per entrare all'università. Con un piano pluriennale di immissioni di ricercatori si tranquillizza il sistema e si dà una vera opportunità ai giovani riducendo il precariato storico. Mi muoverò per garantire continuità ai bandi dei ricercatori».

Nell'immediato?
«Sarà possibile assumere 10mila ricercatori nei prossimi 5 anni».

L'università ha bisogno di innovarsi?
«Sì. Sull'innovazione credo sia utile far ripartire il percorso già avviato dal Cun, il Consiglio universitario, per il riordino dei saperi nei settori scientifico-disciplinari. È un tema importante per affrontare i temi dell'interdisciplinarietà. È questa la sfida del futuro. E poi dobbiamo farci conoscere e apprezzare all'estero».

Con gli scambi culturali?
«Da un lato dobbiamo attrarre gli stranieri in Italia, dall'altro dobbiamo raggiungerli nei loro Paesi».

In che modo?
«Portando l'università italiana all'estero. Abbiamo una grande tradizione formativa e questo per l'Italia rappresenta una grande opportunità. Esistono poche iniziative in questo senso, serve infatti un piano complessivo per favorire le aperture di nuove sedi dei nostri atenei all'estero: nessuna università ha la forza economica per affrontare una simile impresa. Dobbiamo dargli invece la possibilità di farlo». Ultimo aggiornamento: 18:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA