La giustizia ammalata e le riforme peggiorative

Sabato 28 Aprile 2018 di ​Giovanni Verde

«Habemus Pignatonem», è il caso di dire. Ossia abbiamo qualcuno che ci ricorda che il diritto, per chi lo pratica e lo applica quotidianamente, è soprattutto esercizio di buonsenso. Parliamo della lettera di ieri del Procuratore di Roma, il dottor Pignatone, a «La Repubblica», sul tema delle intercettazioni e della legge di riforma (un ennesimo conato di un legislatore che farebbe bene, quanto meno in materia processuale, ad osservare l'esercizio della modestia e del silenzio), che è prossima ad entrare in vigore.

La legge, ad onta delle proclamazioni, non riguarda la possibilità di intercettare, che oggi aumenta a dismisura perché le tecniche in base alle quali si può penetrare nella sfera di riservatezza degli individui sono sempre più sofisticate ed invasive. Siamo un popolo di rassegnati. Poiché siamo o ci fanno credere che siamo un po' tutti delinquenti abituali o che, se non lo siamo di fatto, quanto meno abbiamo una innata predisposizione a delinquere, e poiché lo strumento di indagine principale (se non esclusivo) è l'uso incontrollato ed incontrollabile dell'auricolare, ci siamo abituati all'idea del controllo invasivo delle nostre vite private. E ciò ai limiti del paradosso.

Nell'atmosfera giustizialista nella quale siamo sommersi, molti pensano che questo controllo sia non solo necessario, ma addirittura doveroso. E di conseguenza, resta inascoltato (ove non sia apostrofato come delinquente o come colluso) chi si ostina a ritenere che il problema sta, come si è soliti dire, a monte, ossia nell'uso distorto dello strumento (delle intercettazioni), che non dovrebbe servire ad acquisire prove, ma a corroborare prove già acquisite e relative non a fenomeni, ma a specifici fatti criminosi.

La legge prossima ad entrare in vigore ha una finalità più limitata, ossia quella di aumentare la tutela della riservatezza. Lasciamo la parola al Procuratore Pignatone: «La difficoltà sta nel trovare un punto di equilibrio tra la tutela della riservatezza, le esigenze delle indagini (), il diritto di difesa (anche delle parti offese) e la libertà di espressione del pensiero e della informazione»; beni tutti costituzionalmente tutelati, tra cui è difficile, come sottolinea il Procuratore, stabilire una scala di priorità. 

Il legislatore ha ritenuto di trovare il punto di equilibrio (quando leggo che il legislatore cerca punti di equilibrio, mi si drizzano le orecchie), stabilendo: 1) che solo quando debbano essere emanate misure cautelari, gli atti siano messi a disposizione delle difese (che però possono soltanto consultarli, ma non estrarne copia: il che è grave) e che, comunque, la loro pubblicazione è vietata (ma la violazione del divieto è sanzionata con una pena risibile); 2) che gli atti non devono contenere le notizie «non rilevanti»; 3) che non devono comparire «virgolettati» e che possono essere riprodotti solo i brani considerati «essenziali».

Il Procuratore ci spiega con semplicità e con chiarezza che questi meccanismi non servono allo scopo, possono addirittura peggiorare la situazione attuale e comunque comportano un dispendio di energie e di risorse incalcolabili, aggravando ulteriormente la già insopportabile durata dei nostri processi. Credo che possiamo fidarci della sua capacità e della sua esperienza.

Lascio da parte l'ovvia considerazione che, nel momento in cui il contenuto delle intercettazioni viene (e non può non essere) conosciuto da molte persone, è illusorio pensare che la riservatezza possa essere rispettata. A maggior ragione è illusorio nel nostro Paese nel quale c'è un antico costume per il quale le notizie, quando si vuole che viaggino, comunque sono diffuse. Mi soffermo su due punti. Primo punto: la polizia giudiziaria non può trascrivere le conversazioni non rilevanti, ma deve informare il Pm «con annotazioni sui contenuti delle conversazioni» (art. 267, co. 4 cpp), così che se questi le ritiene rilevanti, ne ordina la trascrizione con decreto motivato (art. 268, co. 2 ter). In disparte i problemi applicativi (provate ad immaginare un malcapitato ufficiale di Pg che «annota» i contenuti delle migliaia e migliaia di conversazioni non trascritte e un altrettanto malcapitato Pm, che è tenuto a «motivare» per quali ragioni le conversazioni debbono essere o non essere trascritte), ciò che il legislatore non ha considerato è che è difficile e molte volte impossibile stabilire che cosa è rilevante e che il concetto di rilevanza è variabile ed inevitabilmente soggettivo: ciò che sembra o non sembra rilevante all'inizio o in un successivo momento dell'indagine può apparire diversamente rilevante nel momento del rinvio a giudizio o, addirittura, nel momento della decisione; ciò che è irrilevante per la pubblica accusa, può essere rilevante per la difesa dell'imputato o di uno degli imputati o della parte offesa o di una delle parti offese; e viceversa; ciò che irrilevante in relazione ad un determinato reato, può esserlo in relazione ad un reato diverso. Secondo punto: la legge vuole che siano riprodotti soltanto i brani «essenziali». Come si stabilisce e chi stabilisce che cosa è essenziale? Anche qui ci troviamo di fronte a valutazioni soggettive e che variano o possono variare sia in relazione ai soggetti che devono farle sia in relazione ai momenti e alle circostanze concrete in cui sono fatte. 

Non basta. Se sono in discussione beni tutti costituzionalmente protetti e tutti di pari grado, è da chiedersi se il legislatore non operi una scelta in favore del diritto punitivo dello Stato, allorquando affida al solo Pm il potere-dovere di valutare la rilevanza della intercettazione e l'essenzialità della trascrizione, al fine di disporne l'acquisizione al fascicolo processuale, aggravando lo squilibrio tra le parti del processo penale che dovrebbe essere basato sul principio della parità.

Nè va dimenticato, infine, che le intercettazioni vanno, tutte e comunque, conservate in un archivio, la cui gestione sarà onerosa e carica di insidie. La riforma, insomma, aumenterà a dismisura i costi e i tempi dei processi penali, senza prevedibili vantaggi, perché sono da condividere il timore del Procuratore che «fuori dai processi continueremo a leggere molti contenuti di intercettazioni virgolettati o meno» e la Sua preoccupazione che «molti processi salteranno» per soluzioni che saranno ritenute in futuro non plausibili «o addirittura giudicate incostituzionali». Sono, come ho detto all'inizio, osservazioni di buon senso destinate, purtroppo, a cadere su di un terreno dove da tempo il buon senso ha smesso di attecchire.

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