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Condono fiscale e tagli alle pensioni, il passo indietro di Di Maio

Martedì 16 Ottobre 2018 di Alberto Gentili
Condono fiscale e tagli alle pensioni, il passo indietro di Di Maio

Per più di ventiquattr'ore l'idillio è sbriciolato. Tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, amici per la pelle del battesimo del governo giallo-verde, né una telefonata, neppure un sms. Il leghista infuriato perché il grillino gli vuole circoscrivere la famosa pace fiscale. Il pentastellato su tutte le furie perché il lumbard era (ed è) determinato a mitigare il taglio alle pensioni alte. Poi, a sera, la mezza tregua. Ma con la tensione ancora alle stelle. Nomine Rai incluse.

La giornata che ha portato al varo, in serata, del decreto fiscale e della manovra di bilancio è una giornata da separati in casa. Alle 10.30 del mattino è prevista una riunione di maggioranza, con il premier Conte, i due vicepremier, il ministro Giovanni Tria (blindato dalla Lega), Laura Castelli e Massimo Garavaglia, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Obiettivo: provare, nonostante la zuffa, a trovare un'intesa. Salvini però non si presenta. E' a Monza per un incontro con gli imprenditori e ci resta (va anche a farsi visitare il polso slogato), mandando segnali di avvertimento agli alleati: «Sulla pace fiscale vado fino in fondo. Agli amici grillini dico: saldo e stralcio è nel contratto di governo. E quello vale». Poi, tanto per far capire che aria tira, piccona il reddito di cittadinanza caro ai 5stelle: «Questo Paese non ha bisogno di assistenza, ma di lavoro vero».
 
Di Maio, chiuso nella sua stanza, avverte Conte: «Se passa il condono si rischia la crisi, i miei non li tengo». E decide di disertare anche lui il vertice per manifestare plasticamente il dissenso. Tanto più che Roberto Fico lo marca stretto: «Condono fiscale? Non ne ho letto...».

Conte prova a mediare. Chiama Salvini. Gli chiede di rientrare a Roma e di mostrarsi «flessibile». «Okay, ma con calma...». La stessa preghiera è rivolta a Di Maio. Il capo 5stelle però non arretra: «Non metterò piede nel vertice finché non sarà stata fatta chiarezza sulla pace fiscale. Io un condono non lo voto! Il nero deve essere lasciato fuori».

Nel summit, che va avanti a stento, i 5stelle tentano il blitz. Di Maio, per bocca della Castelli, chiede di inserire nel decreto fiscale il taglio alle pensioni più alte, in modo di renderlo immediatamente operativo. Arriva lo stop della Lega: «La misura andrà solo nella manovra», fa sapere Giorgetti. Che ottiene anche un ridimensionamento della sforbiciata: non più 1,5 miliardi in tre anni, ma 1 miliardo.

La situazione per le altre misure si sblocca alle quattro di pomeriggio, quando Salvini arriva a palazzo Chigi e Di Maio esce finalmente dalla sua stanza. Parte il vertice con i due vicepremier, Conte, etc. Nella sala dove si svolge la riunione i volti sono tesi, le parole taglienti. Salvini difende l'ampiezza della pace fiscale. Di Maio lotta per restringerla.

Dopo un nuovo, lungo, bisticcio arriva il compromesso. Ed è una mezza vittoria per la Lega: sì alla pace fiscale, con la cancellazione del dovuto fino a mille euro, sì alla dichiarazione dei redditi integrativa per chi l'ha presentata inesatta. E sì al tetto a 100 mila euro per il nero di cui si pagherà il 20%. Insomma, il condono c'è, anche se limitato. Di Maio prova a vendere l'intesa come un successo: «Ci siamo accordati sul fatto che per gli evasori ci sarà la galera». E con i suoi rivendica: «Sono riuscito a mettere il tetto a 100 mila euro per il nero, abbiamo annacquato la loro condono».

Salvini, sportivamente, preferisce esultare per essere riuscito ad anticipare di due mesi quota 100 per le pensioni: «Partirà a febbraio e sarà senza penalizzazioni». E detta in una nota a vertice ancora in corso: «Mantenute le promesse, faremo la Fornero, la flat-tax, Equitalia».

Alle sette di sera comincia il Consiglio dei ministri. Conte, con il sostegno di Di Maio, ottiene che venga approvata (salvo intese) anche la manovra economica, in modo da presentarsi domani a Bruxelles con qualche carta in mano.

Poi, mentre la riunione è ancora in corso, il leader 5stelle comincia a lanciare post su Fb per portare acqua al suo mulino: «Questa non è una semplice manovra, è un Nuovo Contratto Sociale che lo Stato stipula con i cittadini. Vengono ristabiliti diritti che erano stati calpestati, vengono eliminati privilegi che erano stati dati per scontati e vengono fatti investimenti che si aspettavano da decenni. Da qui non si torna più indietro. Da oggi possiamo solo andare avanti». E cita Roosevelt: «L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa».

Salvini, incassati la pace fiscale e l'anticipo di quota 100, si dedica all'altra sua bandiera: i migranti. In manovra riesce a inserire il taglio ai fondi destinati all'accoglienza: 1,3 miliardi nel triennio 2019-2021, di cui 500 milioni già il prossimo anno.

Il problema è che l'accordo, in realtà, è ancora tutto da scrivere. E in Parlamento probabilmente arriveranno modifiche. Il braccio di ferro è destinato a continuare.

Ultimo aggiornamento: 14:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA