Bankitalia, Conte stretto tra due fuochi. E rischia un intervento Bce

Domenica 10 Febbraio 2019 di Marco Conti

Un ennesimo fronte di polemica si aggiunge sulla scrivania di Giuseppe Conte. Stavolta è Bankitalia ad entrare nel tritacarne della campagna elettorale dei due vicepremier Di Maio e Salvini. Giovedì sera, nella riunione del Consiglio dei ministri, il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti si era schierato con il ministro dell'Economia Giovanni Tria nella difesa, non del nome, ma dell'autonomia della Banca d'Italia che aveva sottoposto al governo, per il parere di rito, la conferma di Luigi Signorini alla vicedirezione di via Nazionale.
 
Il parere non è stato dato e questo in teoria lascia aperta ancora la possibilità di riconferma di Signorini, ma la strada è in salita e ciò assesta un colpo al direttorio di via Nazionale che da domani, giorno di scadenza dello stesso Signorini, è con un membro in meno. L'attacco dei due vice alla proposta del governatore Visco di confermare Signorini è senza precedenti, anche se qualcuno ricorda lo scontro di due anni fa quando Matteo Renzi mise sulla graticola la riconferma dello stesso Visco a governatore sancendo uno strappo con il Quirinale forse ancora non sanato. A Di Maio - in grande difficoltà nei sondaggi e a caccia di slogan - si pone ora il quesito se compromettere o meno il rapporto dell'intero governo con Bankitalia e con la presidenza della Repubblica, preoccupata per lo scontro istituzionale. Il leader grillino chiede «discontinuità». Dice, forse un po' a sproposito viste le norme, che «non vogliamo mettere le stesse persone». Il problema è che non tocca al governo scegliere i nomi del direttorio di palazzo Koch. A M5S e Lega non va giù l'idea di dover «ogni volta porre il timbro» su scelte che - spiegano - «non mostrano nessuna volontà di cambiamento». «A maggio hanno proposto Fabio Panetta e lo abbiamo accettato. Ora Signorini. Ma anche loro, dopo quello che è successo, potrebbero anche dare ai risparmiatori un segno di ravvedimento cambiando i nomi», si sfoga un sottosegretario grillino.

Il problema è che le nomine in Bankitalia sono regolate da uno statuto che la Bce vista e controlla, soprattutto sotto il profilo dell'autonomia, come recita l'articolo 130 del trattato istitutivo della Bce. Salvini, che nel frullatore mette anche la Consob il cui vertice ha appena contribuito a cambiare con la nomina di Paolo Savona, non vuole essere da meno dell'alleato. Anche perché sulla Banca d'Italia lo scorso anno fece campagna elettorale.

Fatto sta che tutto ciò complica la non facile navigazione di Giuseppe Conte già impegnato su molti dossier irrisolti - Tav compresa - e nel cercare un exit strategy alla crisi diplomatica con la Francia. Al presidente del Consiglio, ovviamente, guarda il Quirinale. Anche perché alla fine tocca al premier stilare e firmare il parere ed inviare il tutto al Quirinale. I contatti tra palazzo Chigi e palazzo Koch, passano per via XX settembre. L'esistenza di trattative viene esclusa con forza da tutti, ma non sarebbe la prima volta che alla fine si decida per un cambio di nome in modo da risolvere l'impasse. Tanto più che sul tavolo a breve ci sarà anche la nomina del direttore generale di Bankitalia (Salvatore Rossi scade a maggio) come quella dei due consiglieri Ivass proposti sempre da Bankitalia e fermi da tempo sul tavolo di Di Maio.

Ieri, alla cerimonia della Giornata del Ricordo per gli eccidi delle foibe, Mattarella e Conte non hanno avuto modo di parlare, ma è probabile che accada molto presto. «Stiamo approfondendo», ha sillabato Conte lasciando ieri il Colle e nascondendo - non troppo - la preoccupazione per il rischio di un innesco che la vicenda può produrre e che, partita dal burrascoso Cdm di giovedì notte, può arrivare a breve sui tavoli di Francoforte che vigila sull'indipendenza della banche centrali nazionali. Il timore è che lo scontro agiti ancor più gli investitori alzando la percentuale dell'italico spread.

La forte preoccupazione espressa nella notte di tre giorni fa dal ministro dell'Economia Giovanni Tria, è la stessa planata sulla scrivania di Conte che stavolta ha poco tempo per risolverla senza intaccare la credibilità di una Istituzione, che con i governi non ha mai avuto vita facile, evitando quindi anche l'ennesima contesa con Bruxelles e Francoforte alla vigilia del suo viaggio a Strasburgo di dopodomani. Infatti, il ragionamento che si fa a via XX Settembre è che con lo spread a 290, la produzione industriale in picchiata e il Paese in recessione tecnica, il rischio di farsi male è alto. Senza contare che da quale mese la vigilanza sulle banche è passata a Francoforte.

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