La Lega all'attacco di Conte: pressing su Salvini, tutti i big dicono basta

Sabato 20 Luglio 2019 di Valentino Di Giacomo

Accerchiato. Matteo Salvini pensava di essere riuscito a far passare la linea per continuare a governare con il Movimento 5 Stelle, ma per molti leghisti la misura è ormai colma. I sondaggi nonostante il fantomatico Russiagate sorridono ancora al leader della Lega, le grane arrivano però dagli amministratori locali e da una parte delle sue truppe parlamentari che sopportano sempre meno l'alleanza governativa con Di Maio & company.
 
Nella sede di via Bellerio c'è aria di maretta. Non c'è solo la questione delle Autonomie delle Regioni del Nord a tenere banco nel sempre più logoro rapporto con i pentastellati, tanti i dossier sul tavolo che sembrano scogli insuperabili. Giancarlo Giorgetti, influente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, non ha mai nascosto le sue contrarietà: ha da sempre consigliato a Salvini di approfittare del vento favorevole dei sondaggi per rompere l'alleanza di governo. Con Giorgetti sono sul piede di guerra tanti uomini di primo piano che lavorano sui territori: dal governatore del Veneto, Luca Zaia al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Non si contano negli ultimi mesi e negli ultimi giorni le telefonate che arrivano al responsabile per gli Enti locali del Carroccio, Andrea Crippa. A decine i sindaci e i consiglieri, soprattutto al Nord, che chiedono al braccio destro di Salvini di staccare la spina. Sul banco d'accusa il mai digerito reddito di cittadinanza voluto dai Cinque Stelle, ma anche la flat-tax.

Non ci sono solo gli amministratori locali a soffiare sul fuoco della crisi, ma è all'interno dello stesso esecutivo che il rapporto con i colleghi pentastellati è ormai del tutto inesistente. Casi eclatanti. A partire dal ministro leghista per le Politiche Agricole, Gianmarco Centinaio, che lo scorso marzo aveva addirittura minacciato di querelare i grillini per alcune insinuazioni sul proprio conto. Ma sono complessi pure i rapporti al ministero della Difesa, tra il sottosegretario Raffaele Volpi e la titolare Elisabetta Trenta, senza contare i casi al ministero dei Trasporti di Armando Siri e Armando Rixi. Sono solo alcuni degli episodi più spinosi, ma la maggior parte degli uomini di governo leghisti ammettono ormai di non avere più un rapporto di collaborazione con i colleghi M5s. A gettare benzina sul fuoco, negli ultimi giorni, ci ha poi pensato il caso Russiagate. Un telefono rovente quello di Salvini, le lamentele da parte dei suoi sono sempre le stesse. «Questi dei 5 Stelle ha ribadito più di un leghista al leader del Carroccio non mancano occasione per coprirci di fango, mai una volta che prendano le nostre difese e facciano fronte comune. Più cercano di buttarci giù e più Di Maio strizza l'occhio a chi ci accusa». C'è chi non fa mistero che, se volesse, Salvini potrebbe ancora tecnicamente portare il Paese al voto a settembre purché riesca a rompere l'alleanza entro la fine di luglio.

Ascolta tutti, poi come suo solito Matteo Salvini tira dritto per la sua strada. Il vicepremier è sicuro che se l'esperienza con il Movimento 5 Stelle debba concludersi non sarà per le questioni giudiziarie o i botta e risposta sulla questione delle Autonomie alle Regioni del Nord. Da alcuni giorni il leader leghista spiega ai suoi che saranno i temi economici i reali banchi di prova per il governo. «Sulla Tav ha spiegato Salvini abbiamo visto crescere i nostri consensi quando i grillini si opponevano, dobbiamo puntare su questi argomenti come le infrastrutture». Ecco perché uno dei temi principali su cui, già a partire da settembre, i leghisti aspetteranno al varco gli M5s sarà soprattutto la flat-tax. «Se cercheranno di fermarci sulla questione fiscale ha detto Salvini a chi anche ieri lo tempestava di telefonate allora avremo modo per fermare questo governo, fino a quel punto bisogna lavorare a testa bassa senza offrire facili sponde». Sul tavolo degli scenari che vengono studiati a via Bellerio c'è pure il rapporto con Forza Italia e con Silvio Berlusconi. Nel Carroccio si preferisce attendere le evoluzioni dentro il partito berlusconiano. Una questione strategica: se lo strappo con Fi avvenisse per i sommovimenti interni, Salvini ne avrebbe solo da guadagnare. L'obiettivo è non offrire pretesti al Cavaliere di tacciare il leader leghista di «tradimento», come avvenuto in passato per altri che hanno abbandonato la soglia di Arcore. Meccanismi che fanno ancor più presa al Sud perché la strategia punta a fare sempre di più della Lega un partito nazionale. Ma prima c'è da fermare i troppi malumori e aspettare quello che è già stato ribattezzato il «magic-moment».

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