La settimana più calda nella commedia degli equivoci

di Alessandro Campi

Tra economia, prove tecniche d'alleanza e politica estera s'apre per il governo giallo-verde una settimana decisiva. Al termine della quale (acquisito anche il risultato del voto in Basilicata di domenica prossima) si capirà cosa potrebbe accadere subito dopo le elezioni europee: quando, calcolata la loro forza reale e preso atto delle troppe cose che ormai li dividono, è plausibile che Lega e M5S decidano più o meno pacificamente di risolvere il contratto sottoscritto dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

Le misure per lo sviluppo e la ripresa, alle quali ha lavorato il ministro dell'Economia Giovanni Tria, saranno il banco di prova principale. La congiuntura italiana è pesantemente negativa, come dimostra l'andamento decrescente della produzione industriale degli ultimi trimestri. Dopo una legge di stabilità tutta sbilanciata sul versante della spesa pubblica per ragioni elettoralistiche (tra reddito di cittadinanza e «quota cento» sulle pensioni), s'è capito che per rilanciare gli investimenti e l'occupazione serve un piano d'azione straordinario. I tecnici del ministero avrebbero messo a punto incentivi fiscali alle imprese (un superammortamento per gli investimenti, sgravi per gli acquisti di nuovi macchinari, un nuovo taglio al costo del lavoro, un aumento dell'attuale fondo di garanzia per le PMI) e alle famiglie (fondi per l'acquisto della prima casa). Ma resta da capire, con lo stato precario dei nostri conti pubblici, quale possa essere l'ammontare esatto delle risorse destinate a finanziare questi nuovi e vecchi strumenti.

Tria ha già consegnato al premier Conte le proposte che dovrebbero essere incluse nel Documento di economia e finanza da varare entro il 10 aprile. Funzioneranno, se recepite, secondo le previsioni e le attese? L'alternativa, che incombe negativamente sul destino del governo, è una manovra finanziaria correttiva che segnerebbe la sua ingloriosa caduta politica. Ma che forse segnerebbe anche la fine della crescita tumultuosa della Lega nei sondaggi. Le battaglie simbolico-propagandistiche come quelle salviniane sulla sicurezza e contro gli immigrati possono appagare momentaneamente il risentimento, i cattivi umori e le paure inconsce delle masse, ma alla fine anche i più arrabbiati orientano il consenso guardando al proprio portafoglio.

Molto ci si attende soprattutto dal provvedimento, annunciato per il prossimo mercoledì dal vicepremier Luigi Di Maio, sullo sblocco dei cantieri. Richiesto dalle imprese del nord ma a quanto pare inutilmente, visto che nella versione attuale del decreto i cantieri da avviare sono quasi tutti concentrati al Sud, dove il M5S ha il suo (peraltro pericolante e assai ballerino, come si è visto con le ultime tornate amministrative) bacino elettorale. La Lega può deludere così platealmente le attese del suo storico elettorato di imprenditori e artigiani? E può accettare di rinunciare alla sua proposta di un commissario unico sui cantieri solo perché i grillini temono che una simile figura farebbe ombra al ministro delle Infrastrutture Toninelli?

E qui la cosa si fa persino divertente. Fra mercoledì 20 e giovedì 21 marzo si consumerà infatti un piccolo psicodramma nel rapporto tra i due alleati sempre più riottosi e litigiosi. Il primo giorno, a Palazzo Madama, si voterà sulla relazione della giunta per le immunità che nega l'autorizzazione a procedere nei confronti dei Matteo Salvini. Il M5S dovrà suo malgrado salvare il ministro degli Interni indagato per il caso della nave Diciotti. Dovrà cioè avallare politicamente la linea dura in materia d'immigrazione quotidianamente criticata dai suoi principali esponenti.

Il giorno successivo si voterà l'approvazione o meno delle mozioni di sfiducia individuali presentate dalle opposizioni nei confronti di Toninelli, cui si contesta la cattiva gestione del dossier sul Tav Torino-Lione. Salvando giocoforza quest'ultimo la Lega darà un sostegno politico esplicito al nemico pubblico numero uno delle grandi opere.

Sarà insomma una prova di lealtà parlamentare nel segno dell'ipocrisia e dei malumori reciproci repressi per convenienza. Ma quanto può durare una simile commedia degli equivoci?

Non meno delicato il terzo e ultimo dossier, quello di politica estera. Il 21 marzo arriverà in Italia il presidente cinese Xi Jinping per la firma del Memorandum of Understanding (MoU) che sancisce la nostra partecipazione alla Belt and Road Initiative (Bri) cinese nella forma di un vero e proprio partenariato strategico. Diversi governi europei, ma soprattutto gli Stati Uniti, hanno espresso molta preoccupazione per questa scelta non adeguatamente condivisa con gli alleati. Ma bisognerebbe ricordare che già tredici Paesi membri dell'Ue hanno firmato accordi analoghi col colosso asiatico, a conferma che l'avventurismo italiano va di pari passo con la mancanza di qualunque coordinamento europeo sui dossier più delicati di politica internazionale. Solo nei giorni scorsi la Commissione europea ha presentato al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri dell'Ue un documento in cui ci si interroga con preoccupazione sull'ambizione di Pechino a muoversi come una potenza globale economica e politica. Davvero un bel tempismo!

Ciò non toglie che la politica estera del governo giallo-verde, come proprio l'accordo con la Cina ha confermato, sia sin troppo enigmatica e contradditoria. Viziata come appare all'origine da un pericoloso equivoco ideologico-strategico: che l'Italia per meglio difendere la propria sovranità nazionale debba allentare i suoi tradizionali vincoli d'alleanza, magari per provare a muoversi in autonomia all'interno di un sistema di potere come quello russo-cinese.

La banale verità che i cosiddetti «sovranisti» dovrebbero invece mettersi in testa è che, considerati i nuovi equilibri mondiali, l'Europa unita è l'unico spazio geopolitico all'interno del quale l'interesse nazionale italiano può essere difeso e fatto valere. Bisogna dare battaglia all'interno dell'Europa, per acquisire ruolo e poteri crescenti, non contro di essa, dal momento che fuori da un simile spazio si rischia soltanto di cadere in pericolose forme di subalternità. Per non subire l'influenza della Francia e della Germania si preferisce quella della Cina e della Russia?

Dopo l'irrigidimento statunitense, la Lega sembra finalmente aver capito la vacuità delle sue pregresse simpatie putiniste. Tra i grillini continua invece a prevalere un curioso mix di neutralismo, terzomondismo, pacifismo ideologico, anti-europeismo e anti-imperialismo, condito persino da uno spruzzo di nazionalismo (lo slogan «l'Italia first» coniato dal premier Conte proprio in risposta ai recenti malumori statunitensi).

In un Paese normale, simili ambiguità o divergenze sulla collocazione internazionale da assumere sarebbero sufficienti a far cadere qualunque governo. Qui in Italia, per uscire dai troppi equivoci politici che si sono accumulati, dovremo forse aspettare ancora qualche mesetto.
Lunedì 18 Marzo 2019, 08:00
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