Governo Draghi, partiti accontentati
a metà: chi ha vinto e chi ha perso

Domenica 14 Febbraio 2021 di Massimo Adinolfi
Governo Draghi, partiti accontentati a metà: chi ha vinto e chi ha perso

Tutti dentro, a parte Giorgia Meloni, ma anche nei partiti c’è chi ha vinto e chi ha perso, chi si siederà al tavolo rotondo del Consiglio dei Ministri e chi non vi ha trovato posto. Siamo solo all'inizio, ma qualcuno tira ugualmente le somme, in attesa di capire cosa cambierà di qui alle elezioni (perché cambierà, difficile che tutto rimanga com'è adesso).


MOVIMENTO CINQUE STELLE
Di Battista se n'è andato. Non ha avuto bisogno di rinfocolare polemiche, perché il Movimento ribolle già di suo. Si è limitato a domandare, vista la composizione del governo: ne è valsa la pena? Ora, se la domanda la rivolgi agli uscenti, ai Bonafede, i Fraccaro, le Azzolina, forse si rifugeranno in un diplomatico di silenzio, ma penseranno di no, maledizione. Se invece la fai a D'Inca, a Patuanelli e a Di Maio, la risposta è sì, senz'altro. Per farla breve: gli uomini che sono stati più vicini a Conte hanno fatto le spese del cambio di scenario. Grillo ha ribadito la sua presa sui Cinque Stelle, Crimi ha eseguito disciplinatamente, il Presidente Fico ha confermato un suo uomo, D'Inca, e Di Maio ha pensato bene di confermare se stesso (pare che consulti con viva ammirazione le biografie di Emilio Colombo e Giulio Andreotti).


PD
Ascoltare Zingaretti e gli uomini della sua segreteria dire che la crisi è stata una sciagura incomprensibile e, al contempo, che il governo Draghi è una benedizione del cielo lascia un po' straniti. Ma tant'è: bisogna fare buon viso a cattivo gioco, e salvare il salvabile. Il che si traduce in un ministero di peso per ciascuno dei principali capi-corrente. Questo sono infatti Franceschini, Guerini e Orlando. Se ne devono fare una ragione le donne del Pd, tenute in non cale a questo giro (curioso: nemmeno 24 ore prima Zingaretti aveva speso parole importanti sulla parità di genere) e i i riformisti tipo Giorgio Gori o Tommaso Nannicini. Ma ogni giorno ha la sua pena: il sindacato di blocco del partito, per ora, tiene, e Zingaretti deve già pensare alle comunali.


LEGA
Salvini fa il salto triplo: da indomito avversario dell'Europa e dell'euro a punto di appoggio del nuovo governo Draghi. Lasciamo perdere le piroette di parole necessarie per ammannire la svolta, guardiamo gli uomini. Draghi conferma due bestie nere di Salvini, la Lamorgese all'Interno e Speranza alla Sanità, e chiama al governo Giorgetti, Garavaglia (e Stefani), cioè l'ala moderata e pragmatica del partito. C'è poco da dire: Giorgetti aveva visto giusto, ed è lui che sta guidando la Lega lontano dalla retorica sovranista, in uno spazio in cui accreditarsi anche presso i partner europei (prossimo obiettivo: l'adesione al PPE). È lecito dubitare che tutto questo si possa fare con Salvini. L'ultima parola in casa Lega spetta a me, ha avvisato il Capitano. Ma solo due anni fa la parola di Salvini era l'ultima, ma anche la prima. E soprattutto non se ne sentivano altre.

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FORZA ITALIA
Qui le scelte di Draghi hanno significato parecchio, tanto che lo stesso Berlusconi, a quanto pare, ha dovuto masticare amaro. Carfagna e Brunetta erano da tempo su posizioni critiche, e anzi il neo-Ministro del Sud era stato nei mesi scorsi quasi sul punto di lasciare. Ma la nuova strategia leghista ha improvvisamente tolto la sponda principale agli amici di Salvini dentro Forza Italia, e riportato alla ribalta chi aveva difeso posizioni liberali e moderate. Tajani è rimasto fuori, forse per la regola che escludeva i leader, ma altri maggiorenti Ghedini, Bernini, Ronzulli hanno pagato prezzo. Non è però questione di singole personalità, quanto, più ampiamente, di partito. Il governo Draghi, in combinata con la dura legge dell'anagrafe (cioè con l'età di Berlusconi) può favorire un rimescolamento nell'area centrista, che non è detto lasci intatto il contenitore azzurro.


ITALIA VIVA
Renzi ha vinto: questo governo lo voleva lui più di ogni altro, ma nella compagine ministeriale ha perso la Bellanova, e tenuto solo la Bonetti. (Sono fuori Gualtieri Azzolina e Bonafede, e questa per lui è una vittoria; è rimasto Speranza, e questa lo è molto meno). Aveva detto che non lo faceva per le poltrone: è stato accontentato. È presto per dire se sia anche contento, ma dipenderà da quanto profondamente muterà la scena politica del Paese. Oltre il governo Draghi: è già questo il suo orizzonte. Se poi nelle ore scorse aveva davvero puntato a un ministero per Maria Elena Boschi, allora vuol dire che nel suo bilancio è in perdita una voce. Una battaglia persa dentro, però, una guerra vinta.


LEU
Se rimane Speranza, vuol dire che il giudizio di Draghi sulla gestione dell'emergenza sanitaria è positivo. Nella partita fra continuità e discontinuità questo è il punto principale segnato dai fautori della prima. Il paradosso è che non è detto basti per tenere tutta Leu nel perimetro della maggioranza. La parte che fa capo a Fratoianni decide questa mattina: c'è un pezzo di Sinistra italiana che non vuol saperne di appoggiare il governo di un banchiere. E se Leu si spacca, per chi appoggia il governo sarà una vittoria di Pirro (oltre che di Speranza).


GLI ALTRI
(Conte ha perso, ma con onore; i responsabili con disonore. Per gli europeisti alla Calenda o alla Bonino, infine, mezza vittoria: erano all'opposizione, sono in maggioranza, ma al momento non si ritrovano al governo).

Ultimo aggiornamento: 15:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA