Il Molise sceglie il governatore: riflettori sul piccolo mondo antico

di Francesco Lo Dico

A contendersi lo scranno di governatore del Molise quattro candidati: Donato Toma per il centrodestra, Carlo Veneziale per il centrosinistra, Andrea Greco per il Movimento 5 Stelle, e Agostino Di Giacomo per Casapound. Riflettori puntati sui grandi favoriti, Toma e Greco, che stando agli ultimi sondaggi battaglieranno voto su voto per conquistare la vittoria. Una sfida che varca tuttavia i confini regionali, perché potrebbe rivelarsi un match-ball per la compagine vittoriosa, anche in ottica di governo. Prova ne sia che da Di Maio a Berlusconi, i leader nazionali hanno presidiato il territorio molisano con insistenza, in quest'ultimo scorcio di campagna elettorale. «L'esito del voto Salvini lo ha detto chiaro e tondo - influirà sulle sorti dell'esecutivo».

Chiamati alle urne, dalle 7 alle 23 di oggi, 331.253 molisani aventi diritto, di cui più di 80mila, uno su tre, residente all'estero. Per l'occasione i cittadini si cimenteranno con un sistema elettorale nuovo di zecca, varato dal consiglio regionale alla fine dello scorso anno. Sull'unica scheda che troveranno in cabina, i nominativi degli aspiranti presidenti della Regione affiancati dai simboli delle liste, singole o coalizzate, che li appoggiano. Lo spoglio inizierà subito dopo la chiusura delle urne, ma per i risultati definitivi bisognerà attendere la mattina di domani.

Dopo lunghi anni di trascuranza, il Molise è improvvisamente balzato agli onori delle cronache, dove si è guadagnato l'appellativo di «Ohio italiano». Ma l'improvvisa centralità acquisita dalla regione ha riportato all'attenzione una domanda inevasa da molti anni: è poi così vero, come in molti sostengono non senza ironia, che in fondo si tratta di una regione che non esiste? «È una dimenticanza immeritata, che deriva innanzitutto da ragioni elettorali: è una regione popolata da appena 350mila abitanti, più o meno quanti se ne contano in un grande quartiere di Roma. La vita politica è dominata dal grande consenso elettorale, che volente o nolente si misura a crani», risponde il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita. Che al Molise è fortemente legato da ragioni familiari e soprattutto biografiche. Il nonno, omonimo del celebre sociologo, era un esattore delle tasse che da Venafro (provincia di Isernia) venne trasferito a Pontecorvo (Frosinone). Ma il suo legame con il Molise, come il saggista ha raccontato all'associazione Forche caudine che promuove bellezze e uomini illustri della Regione, è dovuto soprattutto agli anni della guerra, che videro soggiornare lo studioso a Frosolone (Isernia), dove c'era la casa degli zii. «Se il Molise è rimasto ai margini prosegue il sociologo - è anche perché la regione è rimasta esclusa dalle grandi direttrici dello sviluppo: riuscire ad arrivare all'Adriatico, da lì è molto complicato. È una regione chiusa in una nicchia commenta De Rita - una regione di montagna che oggi è scarsamente attrattiva. Quando si parla di montagna, i turisti pensano a Courmayeur o Cortina. In fondo, tutte quelle montagne, sembrano chiamare i molisani a una sorta di chiusura che sembra tenerli a distanza delle cose che accadono intorno al mondo».

Fuori dal mondo, ma come un piccolo mondo antico e affascinante «che andrebbe riscoperto», annota amaro il presidente del Censis. Che confessa di portare dentro di sé un pezzo di Molise, inciso a fondo nel suo carattere. «La guerra ricorda De Rita - l'ho trascorsa a Frosolone, un Paese di mille abitanti. Era il 43-44, l'anno più nevoso del Novecento. Furono sedici mesi che mi fecero amare il popolo molisano: gente seria, dura, sobria». Poi, nell'agosto del 44, il ritorno a Roma. «In quel paese di pietre imparai un certo modo di essere adulti che mi porto ancora dentro. Ma da allora, a Frosolone, non rimisi più piede. Quel ricordo voglio custodirlo intatto, dentro di me, per sempre».
Domenica 22 Aprile 2018, 11:20
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