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Governo, test in aula sul Milleproroghe. Berlusconi: noi leali

Lunedì 21 Febbraio 2022 di Marco Conti
Governo, test in aula sul Milleproroghe. Berlusconi: noi leali

«Non è che noi parlamentari possiamo ricevere gli atti già ratificati dal notaio...» (Debora Serracchiani Pd). «C'è un problema di metodo nei rapporti tra il governo e i gruppi parlamentari» (Riccardo Molinari Lega). «Avvertiamo l'esigenza di un maggiore coinvolgimento dei gruppi parlamentari» (Anna Maria Bernini FI). I tre capigruppo di maggioranza, ospiti in tv a Mezz'ora In, affrontano con una certa dose di orgoglio il nodo delle tensioni tra il governo e i partiti che lo sostengono e, anche se evitano denunce pubbliche, finiscono col tirare in ballo i rispettivi ministri e capidelegazione che chiudono le intese e poi vengono smentiti o dai leader - è spesso il caso della Lega - o dai colleghi di partito che, nelle Commissioni parlamentari di competenza, presentano emendamenti-bandierina i quali a volte hanno successo. 

È ciò che è accaduto qualche giorno fa sul Milleproroghe dove la fronda dei nostalgici del Conte2, guidata dall'ex ministro dem Francesco Boccia e dall'ex sottosegretario M5S Mario Turco, ha mandato sotto il governo mettendo in difficoltà rispettivamente i ministri e capidelegazione, Dario Franceschini e Stefano Patuanelli i quali, qualche ora dopo, hanno subito la reprimenda-ultimatum di Mario Draghi

Malgrado una parte del M5S continui a farne una questione «identitaria», il governo è ora al lavoro per sistemare anche le norme relative all'Ilva di Taranto in modo da consentire in tempi rapidi il voto del Parlamento sul Milleproroghe che di fatto sarà il primo banco di prova di quella ritrovata unità che, a parole, tutti i leader assicurano. Il più convinto sostenitore del governo Draghi è Enrico Letta che però è segretario dello stesso partito che ha ordito il trappolone che ha mandato su tutte le furie il presidente del Consiglio.

Così come è complicato sostenere che l'ex sottosegretario Turco abbia messo a punto gli emendamenti senza il sostegno del presidente (sub iudice) del M5S Giuseppe Conte. Mentre in una cospicua parte dei parlamentari grillini cresce la convinzione che solo andando all'opposizione il M5S possa recuperare l'identità perduta, Letta è, tra i dem, colui che più di altri sa come sia un errore equiparare ai penultimatum di alcuni suoi predecessori l'altolà di Draghi ai capidelegazione e ai partiti.

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Analoga percezione l'ha avuta Silvio Berlusconi che ieri pomeriggio ha chiamato il presidente del Consiglio. «Nel corso di una lunga e cordiale telefonata» il Cavaliere ha assicurato che «l'apporto di Forza Italia all'azione di governo è stato e sarà sempre costruttivo, caratterizzante e leale, nella convinzione che il Paese abbia bisogno di stabilità e di continuità». 

Più o meno la rassicurazione che si legge nell'annuncio che Matteo Salvini dà di un prossimo incontro con Draghi. Anche se il leader della Lega continua a lamentarsi della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese per gli sbarchi di migranti, spicca la promessa a Draghi di «leale collaborazione sul Pnrr». Malgrado le ripetute rassicurazioni, la situazione resta piuttosto seria e non è affatto scontato che il governo riesca a superare la primavera. 

La proposta avanzata dal segretario del Pd, di distinguere tra temi negoziabili e temi non negoziabili, aiuta sino ad un certo punto. A Palazzo Chigi si coglie la convinzione che sulle riforme del Pnrr, al netto delle intese raggiunte in consiglio dei ministri e in cabina di regia, non ci sia più nulla da negoziare in Parlamento e che quindi il ricorso al voto di fiducia sia scontato anche in virtù dell'urgenza. Il motivo dello scollamento tra governo e partiti è forse dovuto proprio al venir meno di quel sentimento di urgenza che solo un anno fa fu alla base della nascita dell'attuale governo. 

Uno scollamento che coinvolge il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà, accusato da più parti di non riuscire a coordinare i gruppi, ma che è soprattutto politico e che racconta le difficoltà strategiche che incontrano tutti i leader, i quali non riescono a dare prospettiva alla pur corposa opera di trasformazione del Paese che stanno operando attraverso le riforme del Pnrr. Nel pacchetto delle riforme non negoziabili all'infinito non ci sono solo le riforme della giustizia, ma anche quella della concorrenza e quella fiscale, con tanto di riforma del catasto. Tempi stretti, se si vuole intascare la rata di giugno del Pnrr. 

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