M5S-Pd, primi sì: nodo premier. Braccio di ferro sul Conte bis

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di Alberto Gentili

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La partita tra 5Stelle e Pd è ormai solo e soltanto sul nome del premier. Ed è difficile. Complicatissima. Corre sul crinale tra il governo di svolta, come l'ha battezzato all'unanimità la Direzione dem, e il voto d'ottobre. La resurrezione o il suicidio per i grillini.

Il nodo del programma, invece, è ormai quasi sciolto. L'agenda va scritta, dettagliata. E c'è ancora molto da lavorare. Ma non sarà su questa che naufragherà la trattativa rosso-giallo. La prova? L'altra sera il segretario Nicola Zingaretti, la vice Paola De Micheli, gli ex ministri Paolo Gentiloni, Graziano Delrio, Andrea Orlando, Dario Franceschini si sono visti per scrivere i 5 punti programmatici. E prima di portarli ieri mattina in Direzione per il via libera, li hanno condivisi con gli ambasciatori pentastellati. In primis Vincenzo Spadafora. Ottenendo un okay sostanziale.

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LA TRATTATIVA
Il contatto, che è stato sviluppato con telefonate tra Zingaretti e Luigi Di Maio descritto ancora «molto titubante», e il lavoro di mediazione di Delrio, Franceschini, Ettore Rosato da una parte e dei capigruppo grillini Stefano Patuanelli, Francesco D'Uva, Spadafora dall'altra, è la dimostrazione che il Pd vuole l'accordo con i 5Stelle. E lo vuole anche Matteo Renzi, pronto a offrire come garanzia di «leale collaborazione» una rosa di nomi di fedelissimi per il ruolo di ministri: Rosato, Luigi Marattin, Tommaso Nannicini, Lorenzo Guerini.
 


C'è più di una ragione se Pd e 5Stelle stanno provando davvero, tra mille sospetti e rancori ancora vivi, a fare un governo che duri fino al 2023. La prima è Matteo Salvini: «Dopo tre anni trascorsi ai margini di tutto sarà morto e sepolto», azzarda un esponente grillino. La seconda è l'elezione del nuovo capo dello Stato nel 2022 che 5Stelle e Dem vogliono fare con questo Parlamento in cui hanno la maggioranza. «Avremmo, se non salta tutto, 178 voti in Senato», fa di conto uno sherpa del Pd. La terza, quella che spinge in su la Borsa, fa abbassare lo spread e innesca il tifo silenzioso per l'intesa delle cancellerie europee: «Una manovra economica in linea con l'Europa, senza strappi e che riporti l'Italia al centro dell'Unione, superando l'isolamento in cui l'ha spinta il sovranismo di Salvini», teorizzano al Nazareno.

La quarta: le nomine di Eni, Enel, Leonardo da fare nella prossima primavera. La quinta, ma non ultima: il patto di governo si potrebbe estendere alle elezioni regionali, evitando al Pd di perdere Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Calabria e poi ripetere dopo il voto del 2023 per un esecutivo rosso-giallo bis.

Eppure, questo piano zeppo di opportunità per i due partiti, rischia di naufragare sul nome del premier. Zingaretti è granitico nel bocciare Giuseppe Conte che oggi verrà proposto da Di Maio al Quirinale: «E' l'unica soluzione per far digerire ai nostri elettori e alla nostra base l'accordo con voi», ha spiegato il capo del Movimento. E per pressare i potenziali alleati, Davide Casaleggio ha fatto circolare una mail in cui chiede ai parlamentari grillini di pagare le quote a Rousseau e di prepararsi alle elezioni.

Tant'è che Renzi, Delrio e Franceschini - pur sperando che l'avvocato del popolo risolva il problema accettando il prestigioso incarico di commissario europeo - non chiudono del tutto al bis di Conte. Ma al momento prevale la linea del segretario dem. Con un problema. E non piccolo. «Siamo tutti d'accordo che spetti ai 5Stelle indicare il presidente del Consiglio visto che hanno la maggioranza relativa in Parlamento», spiega un alto dirigente del Nazareno, «ma quelli a parte Conte non hanno nomi alternativi.

Ci sarebbe Fico, però sarebbe una coltellata a Di Maio e il diretto interessato si è chiamato fuori. In più, i grillini bocciano il nome di Cantone, dicono che è renziano». Conclusione: «Non sappiamo come uscirne». A meno che non si azzardi proponendo un premier targato Pd. Non Zingaretti, che non vuole. Ma Delrio, Franceschini, David Sassoli e il tecnico d'area Enrico Giovannini. «Epilogo impossibile, a meno di non dare tutti i ministeri di peso ai 5Stelle...».

IL RINNOVAMENTO
In più c'è la questione del «forte rinnovamento del personale politico» sollevata dal segretario dem. Traduzione: fuori tutti i grillini che hanno partecipato al governo giallo-verde e quelli del Pd dell'esecutivo Gentiloni. Ma già si ragiona su tre eccezioni per parte: Di Maio (al Viminale), Fraccaro e Bonafede per i 5Stelle. Franceschini, Pier Carlo Padoan e Delrio per il Pd. L'ultimo nome non è fatto a caso: permetterebbe a Zingaretti di scegliersi il capogruppo alla Camera. Ipotesi che Renzi non esclude: «Non mi metto di traverso, a Nicola sono pronto a dare questa prova di disponibilità», ha detto ai suoi l'ex premier.
 
Giovedì 22 Agosto 2019, 07:13 - Ultimo aggiornamento: 22-08-2019 13:12
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