Ministri, la grande spartizione. E Di Maio spera nella sponda Colle

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di Alberto Gentili

Questa mattina, alla vigilia della nuova visita a Sergio Mattarella, Luigi Di Maio e Matteo Salvini torneranno a vedersi. Ieri, come ormai da settimane, i due si sono sentiti e scambiato messaggi: chiuso il contratto di governo, il capo grillino e il leader leghista trattano su premier e ministeri. Partita aspra, ringhiosa. Dall'approdo tutt'altro che scontato. Anche perché, come ha ricordato la settimana scorsa Mattarella, il capo dello Stato «non è un notaio». Sarà lui a dire l'ultima parola sui ministri e a stabilire, come fece Luigi Einaudi, se il nome che gli verrà proposto per palazzo Chigi sarà all'altezza del delicato ruolo.

Di Maio, che non ha affatto abbandonato il proposito di guidare il governo giallo-verde, ed è proprio sul Quirinale che punta. Non a caso, dopo che Salvini si è fatto vidimare sabato dal Consiglio federale il no ad avere il leader grillino come presidente del Consiglio e aver ripetuto ieri che «il premier non sarò né io, né Di Maio, ma un professionista incontestabile che vada bene ad entrambi e ha partecipato alla stesura del programma», Di Maio da Imola si è lasciato sfuggire: «Non so se andrò io a palazzo Chigi». Come dire: è difficile, ma ancora ci punto. E Davide Casaleggio ha messo a verbale: «Il premier ideale è Luigi».
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Domenica 20 Maggio 2018, 08:00 - Ultimo aggiornamento: 20-05-2018 12:53
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