Niente incarico a Salvini, verso l’esplorazione Fico

Sabato 21 Aprile 2018 di Alberto Gentili

In fondo Sergio Mattarella e Luigi Di Maio, il primo come osservatore neutrale per decidere cosa e il secondo come parte in causa, attendono da Matteo Salvini la stessa cosa. «Un atto pubblico e certificato di rottura tra la Lega e Berlusconi», per usare le parole del leader 5Stelle. Il primo per decidere la prossima mossa con cui sbloccare uno stallo ormai irritante. Il secondo per sottoscrivere, dopo settimane di tormenti e docce gelate, il famoso «contratto di governo» tra grillini e Lega, senza il Cavaliere.

Il problema è che il capo leghista, autocandidatosi a formare un governo, tentenna. La voglia di rompere si fa ogni ora più forte, ma Salvini è intenzionato a temporeggiare ancora. Per aspettare le elezioni in Friuli del 29 aprile, dove il centrodestra unito sostiene il leghista Fedriga. Per vedere dove si spingerà Berlusconi sulla strada del governo di tutti assieme al Pd, per poi scaricarlo con l’accusa di aver tradito e sperare che un pezzo di Forza Italia passi con lui. «Io non sono un traditore», ha spiegato ai suoi, «ma se Berlusconi va a fare un governo raccogliticcio imposto da Bruxelles insieme al Pd, sarà lui a tradire e se ne assumerà la responsabilità...» 

C’è poi anche un altro problema: il Cavaliere non sta con le mani in mano. Ha innescato un’escalation verbale («i grillini li manderei a pulire i cessi») che rivela il desiderio di scrollarsi di dosso, una volta per tutte, l’ipotesi di un governo 5Stelle-Lega con l’appoggio esterno di Forza Italia. E di avere dunque le mani libere per tentare, appunto, quel “governissimo” che piacerebbe anche a Matteo Renzi. Per raggiungere questo obiettivo bombarda Salvini e soprattutto il suo potenziale partner: Di Maio.

L’unico a restare in attesa, oltre al capo dello Stato che si è preso quarantott’ore di riflessione nella speranza che maturi qualche novità, è proprio il leader 5Stelle. Di Maio sfrutta la condanna del forzista Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia per dire che questa sentenza «è una pietra tombale sull’interlocuzione con Forza Italia». E per invitare Salvini a darsi da fare. Tra i due, come rivela il capo leghista, il filo è tutt’altro che spezzato. Si sentono e si mandano messaggi. Il nodo però è quello di sempre: per superare lo stallo, Salvini dovrebbe staccarsi da Berlusconi. Lui invece attende che sia Berlusconi a spaccare il centrodestra. Il divorzio (consensuale) appare vicino. Non immediato, però.

Di certo c’è che se questa impasse resisterà fino a lunedì, Mattarella (arcistufo degli show perditempo) non darà il preincarico a Salvini, che dopo averlo rifiutato ora lo invoca. Non lo darà perché per già tre volte (due sul Colle e una della presidente del Senato, Casellati) è stata esplorata l’ipotesi di un’intesa di governo tra i “quasi vincitori”. E senza novità, senza fatti concreti e sostanziali, Mattarella difficilmente farà assistere al Paese a un quarto giro dell’oca, in cui si torna sempre al punto di partenza. Semmai, se il centrodestra dovesse implodere durante il week-end, il preincarico verrebbe affidato a Di Maio, in quanto leader del maggior partito e candidato a guidare un eventuale governo con la Lega.

Dato che molto difficilmente il divorzio Salvini-Berlusconi scatterà nelle prossime quarantott’ore, l’ipotesi più probabile è un incarico esplorativo al presidente della Camera, il grillino Roberto Fico. Perché è una soluzione speculare e simmetrica a quanto fatto da Mattarella con il centrodestra e i 5Stelle. E perché Fico, che ha un buon appeal a sinistra, è la persona più indicata per sondare la parte del campo finora inesplorata: dovrà verificare se esiste la possibilità del «contratto alla tedesca» evocato da Di Maio tra pentastellati, il Pd e altre forze politiche.
Il mandato però non è scontato. Mattarella, prima di conferirlo, vorrà capire se l’esplorazione potrà portare a qualcosa di concreto: il Pd, da qui a lunedì, dovrebbe mandare segnali consistenti di dialogo. Altre perdite di tempo il Presidente non ne accetterebbe.

IL NODO DEL PD
La partita tra i dem è altrettanto intricata. C’è un’area del dialogo, determinata a strappare il partito democratico alla linea «dell’io non esisto, sto fuori dai giochi», imposta da Renzi. A guidarla sono Dario Franceschini e Paolo Gentiloni, Carlo Calenda e Maurizio Martina, etc. Ma l’ex segretario ha ancora in mano la maggioranza dei gruppi parlamentari: senza il suo sì non può nascere alcun governo con i grillini. «Sono io l’unico a poter sbloccare la situazione», sottolinea Renzi.

Nel Pd c’è chi è pronto a scommettere che se non virerà verso il governo di tutti, sarà l’ex segretario alla fine a indicare la soluzione: un patto su dieci cose da fare e l’appoggio esterno («per staccare la spina quando si vuole») a un esecutivo Di Maio o, preferibilmente, Fico: andando a palazzo Chigi libererebbe la presidenza della Camera. Un incarico che fa gola a diversi dem. Ma è anche probabile che Renzi possa adottare con Di Maio lo schema scelto da Grillo con Bersani nel 2013: prima la trattativa, poi bye bye.

Ultimo aggiornamento: 11:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA