De Mita: «90 anni e non mi rassegno
Pd vuole potere, morirò democristiano»

di Generoso Picone

Un compleanno di battaglia, proprio come piace a lui. A lui, Ciriaco De Mita, «L'animale politico», dal titolo del film documentario che due giovani registi irpini, Carmine Caracciolo e Roberto Flammia, hanno voluto dedicargli e che sarà presentato in anteprima domenica alle 11 al Cinema Nuovo di Lioni per poi arrivare nelle sale il giorno dopo. Prima, venerdì 2, l'ex premier oggi sindaco di Nusco, festeggerà i suoi 90 anni e il racconto del protagonista, dall'infanzia a Nusco al passaggio a Milano, dalla formazione alla prima pratica politica, dal rapporto con i principali protagonisti degli accadimenti del presente, costituirà un'occasione importante di bilancio e verifica di un percorso che dal dopoguerra arriva a oggi con lo sguardo aperto sul domani, anche sul prossimo 4 marzo, su una competizione elettorale che lo vedrà ancora impegnatissimo e pronto.

De Mita, allora si è messo a fare anche l'attore?
«Macché, io non sono portato per queste cose. Però il film non è male, pure cinematograficamente, e i ragazzi sono stati bravi. Per me ha rappresentato una bella esperienza per ripensare la mia vita».

Che cosa vuol dire?
«Che io non sono nato semplice, sono stato sempre molto problematico e in fondo mi sono convinto della validità di quella verità che mi consegnava mio nonno: bada a chi vuole far apparire semplice una cosa complessa, significa che non l'ha capita. Nella vita ho applicato questa massima costantemente ai miei comportamenti, dagli inizi della mia attività politica, quando a 16 anni tenni il mio primo comizio a Montella e l'avversario di allora, un comunista che chiamavano Nerone, mi avvertì che tanto dopo mi avrebbero bruciato. Giusto per comprendere il clima di quei tempi».

Comunisti con cui poi avrebbe preso a dialogare.
«Certo. Dopo il 1948 il primo fu Ruggero Gallico, segretario della Federazione comunista di Avellino dal 1948 al 1957, amico di Maurizio Valenzi. Compresi subito la diversità del Pci rispetto agli altri partiti rivoluzionari europei e immaginai immediatamente i coinvolgerli nella gestione della democrazia nel Paese. Il confronto tra chi ha visioni differenti arricchisce entrambi, fa scoprire aspetti nuovi, specie se è condotto con onestà intellettuale. Ricordo bene i contributi positivi che i comunisti davano in Parlamento durante i lavori delle commissioni, salvo poi rivendicare in aula i meriti dei risultati ottenuti. Ma faceva parte del gioco. Il Pci non è mai stato eversivo e ha avuto un ruolo importante nella tenuta democratica in Italia. Quando, dopo l'attentato, Giancarlo Pajetta comunicò a Palmiro Togliatti di aver occupato la Prefettura di Milano, lui gli rispose di rimando: Sì, e ora che ve ne fate?. C'era tutta la diversità di quel Pci nel suo sarcasmo».

Lei lo aveva intuito?
«Guardi, l'intuizione è una forza che consente di immaginare quello che prima non c'è, la conoscenza storica aiuta invece a comprendere quello che c'è stato».

La sua forza intuitiva che cosa le fa prefigurare oggi?
«Da un po' mi limito a un orizzonte più ridotto, impossibile misurarsi con i tempi lunghi».

C'è un motivo?
«Ma è un sistema che è finito e le parole della politica che ascolto sono pronunciate da gente che le usa senza senso. Prendiamo le liste che sono state presentate per le elezioni del 4 marzo: preparate da capipopolo sono in base al criterio dell'obbedienza. Non c'è capacità di pensiero. Senza pensiero, non può esserci nemmeno memoria. Senza memoria non c'è futuro».

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Mercoledì 31 Gennaio 2018, 09:36 - Ultimo aggiornamento: 31-01-2018 16:41
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