Il rischio di restare
ai margini in Europa

di Biagio de Giovanni

I percorsi e le prospettive dell’integrazione europea stanno drasticamente cambiando, ma il dibattito italiano, in vista del voto del 4 marzo, non sembra accorgersene, almeno nei suoi aspetti più cavalcati e, per dir così, popolari. Le frontiere nazionali sembrano essere, in generale, anche i confini mentali e politici della campagna elettorale nella sua parte più gridata, e di non gridato non c’è molto. Ora qui non voglio richiamare gli antichi patriottismi europeisti, che non esistono più, e può essere perfino un bene se la cosa indica risveglio di spirito critico; né svolgere una difesa acritica di come sono andate le cose in Europa in questi anni, tutt’altro che bene. Ma altro è sollevare problemi e guardare attentamente l’orizzonte dei mutamenti, altro è mantenere la discussione pubblica sui temi europei a un livello pericolosamente inconsistente o addirittura, in partiti che già oggi contano nel futuro d’Italia, balbettante ed ostile. Una discussione che non sembra neanche sospettare quanto il processo europeo, dopo la grande crisi, stia provando, appena provando, a risollevarsi e a porsi in modo pure nuovo rispetto ai temi che ancora fanno parte dell’immobile armamentario populista. 
È lo scenario delle grandi nazioni che sta mutando. Due svolte, da guardare con uno sguardo prudente, problematico, ma libero da pregiudizi: la nuova collocazione della Francia di Macron che intende intaccare seriamente il vecchio, invalicabile recinto della sovranità francese; la Grande coalizione che sta prendendo forma in Germania, di cui non è facile decifrare la definitiva natura, ma che di sicuro costituisce una reimpostazione delle politiche di sviluppo, e quindi una revisione di quelle di rigorosa austerità. Questo avviene in presenza di un mondo che non possiede più un asse centrato, dopo il distacco dell’America dall’onda crescente della globalizzazione, uno spazio nel quale l’integrazione europea è obbligata a ripensare se stessa in quello che è stato chiamato il mondo di nessuno. Se, fino a un certo tempo fa, l’Europa a più velocità poteva sembrare una invenzione ingegneristica, ora non lo è più, ora sembra disegnarsi come una necessità politica, assai oltre il vecchio mito dell’unificazione del continente che ha fatto spendere tante parole. Il fatto nuovo è che l’Europa convinta di sé deve ora contare su se stessa, non può più consentirsi, pena il disfacimento, di attendere tutti a un ipotetico appuntamento unitario. L’Europa dell’Est si sta distaccando in modo serio con atti simbolici, e non solo, che indicano una linea di tendenza comprensiva di una rappresentazione esclusiva della propria storia e identità: Polonia insegni. E l’Inghilterra si allontana. E i rozzi sovranismi sono in agguato. Che cosa deve accadere di più perché le grandi nazioni riprendano coscienza dell’estremo pericolo? Della necessità di una vera e propria ricollocazione storica dell’unità europea? E del pensiero su di essa? Perché il pensiero conta, perfino nelle campagne elettorali, anche se questa convinzione rischia di essere semplice oggetto di ironia. 
Il tentativo in corso è molto difficile, e non è affatto detto che sia destinato a un successo in grado di far indietreggiare sostanzialmente l’orizzonte di crisi: per superare il quale non basta la crescita economica, pur essenziale, quando in gioco è la storia profonda di un continente che si chiama Europa. Lo sforzo su cui si misureranno i risultati in tempi non lontani, sta proprio oggi anzitutto in un dialogo franco-tedesco in grado di incominciare a ridurre – per nominare il problema per me decisivo- lo spazio vuoto tra sovranità sovranazionale e democrazia rappresentativa: che è il nucleo duro della crisi europea, quello che ha dato voce alle regressioni in corso e perfino una sorta di legittimità alle voci che le esprimono. Con tutti i temi connessi, dalle grandi migrazioni alla necessità di reinterpretare il rapporto dell’euro con una dimensione aggiornata degli Stati sociali. L’Europa nei recinti delle vecchie nazioni oppure in un grande spazio potenzialmente coeso. 
Neanche un sospetto di tutto questo nel dibattito italiano, con le dovute eccezioni che, nella loro un po’ impaurita prudenza, non riescono ad essere effettivamente influenti sulla scena della discussione. L’Italia è il terzo Stato che dovrebbe partecipare all’avviato dialogo franco-tedesco, impostare i suoi temi anche fortemente critici, ma di alto livello, mostrare la consapevolezza di una grande nazione, cosciente della propria condizione difficile, che guarda all’Europa come al suo orizzonte necessario, un’Europa cui esser grati pur nello spirito critico e nell’iniziativa innovativa. Ma l’Europa è vista, in generale, come uno scomodo ingombro, un intruso nelle faccende di famiglia. Raramente, mi sembra, lo scadimento del dibattito pubblico ha toccato i livelli cui stiamo assistendo. Forse mai l’inconsapevolezza di una parte delle élite, in via di diventare «dirigenti», è stata così latente. Mentre la fisiologica inimicizia che si crea tra le forze politiche in concorrenza (che è anche il normale sale della democrazia) si va trasformando in una lotta senza quartiere dove i temi che contano sono sommersi nella polemica personale, spesso strumentale, che non si ferma davanti a nulla. Parole che vanno e vengono, un euro che ora entra ora esce dalla prospettiva (sia pure, come si dice, come estrema ratio), come il giochino che si può fare con una moneta virtuale.
Speriamo che qualcosa muti in questo ultimo mese. Che le emergenze italiane si riescano a legare a un progetto più largo, da tradurre nel linguaggio efficace e concreto della buona politica. Chi riuscirà a farlo, penso che sarà premiato. Voglio manifestare un mio prudente ottimismo per il destino di una grande nazione come l’Italia è. 
Venerdì 9 Febbraio 2018, 08:06
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