Industriali, patto Nord-Sud: «Il Paese non va spaccato»

Domenica 17 Febbraio 2019 di Nando Santonastaso

La maggiore autonomia delle Regioni non può in alcun modo dividere il Paese. E le imprese devono continuare ad essere il collante dell'unità sancita dalla Costituzione. È il senso del patto scaturito all'interno del Comitato delle regioni di Confindustria al termine di una riunione informale a porte chiuse alla quale, almeno nella fase iniziale, ha partecipato anche il presidente Vincenzo Boccia. Tutti d'accordo i presidenti delle più importanti associazioni territoriali presenti, dal lombardo Bonometti al veneto Zoppas al napoletano Grassi. All'unanimità la decisione di mantenere una linea compatta che da un lato riconosce le ragioni dell'autonomia differenziata, nella chiave di una maggiore efficienza dell'offerta dei servizi ai cittadini, ma dall'altro ribadisce il no a qualsiasi tentativo di spaccare l'Italia. Un passaggio, quest'ultimo, che alla luce delle polemiche sulla bozza di accordo circolata negli ultimi giorni e delle divisioni emerse nel governo, acquista un rilievo particolare.
 
«Se si divide il Paese si mette automaticamente a rischio la sua competitività» raccontano le voci filtrate dal tavolo degli industriali. E su questo punto, che nell'ottica imprenditoriale è a dir poco strategico (l'interdipendenza tra Nord e Sud è un dato acquisito, ormai), l'intesa è stata per così dire immediata, naturale. Con la logica, inevitabile conseguenza di ribadire l'impegno a lavorare per il rilancio del Mezzogiorno, per la riduzione del divario, per la crescita complessiva di un Paese che rimane pur sempre la seconda manifattura dell'Europa ancorché alle prese con incognite importanti, a partire dalla zavorra del debito pubblico e dall'eccessivo peso della burocrazia.

Non è chiaro se il patto verrà sottolineato nelle prossime ore con un documento anche se appare probabile che ci sia una nuova riunione, questa volta appositamente convocata, per mettere tutto nero su bianco. È più facile pensare in questa fase che saranno i comportamenti (interviste, interventi ufficiali e così via) a rappresentare pubblicamente la linea scaturita dal Comitato delle Regioni, ferma restando l'autonomia delle singole valutazioni. Nessuna fuga in avanti, insomma, o arroccamenti territoriali su una materia che richiede il massimo della responsabilità nel valutare i rischi e le opportunità connessi alla maggiore autonomia delle Regioni. Evidente la volontà di ridurre al minimo il rischio che le imprese si dividano in funzione della loro collocazione geografica, rischio che peraltro rimane potenzialmente alto soprattutto al Nord. Non a caso è sempre stato forte e costante il pressing di quasi tutto il sistema industriale veneto a sostegno della riforma caldeggiata dalla Lega, con toni spesso discutibili nei confronti dei veri o presunti limiti del Sud e della sua classe dirigente.

Altrettanto importanti ma meno conosciute le pressioni interne a Confindustria dove però sin dall'inizio è stata scelta la strada dell'attenzione, dell'approfondimento e dell'apertura al confronto, nel rispetto dello Statuto e del ruolo dell'Associazione. Il tavolo informale del Comitato delle Regioni è in fondo la conferma di questa impostazione, un richiamo cioè alle ragioni per le quali Confindustria, sotto la presidenza di Vincenzo Boccia, non ha mai rinunciato a sollecitare misure per lo sviluppo di tutto il Paese, come in occasione delle assise di Verona. Una strada chiara e coerente, che ripropone la centralità dell'unità del Paese come valore assoluto e non negoziabile, e il rispetto della Costituzione sia quando garantisce il diritto a ulteriori competenze delle Regioni sia quando impegna tutti al rispetto della solidarietà nazionale. Una posizione in piena sintonia con quella già espressa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, baluardo dell'unità del Paese, e che non dovrebbe passare inosservata al governo, magari anche con un incontro ad hoc che Confindustria - quale corpo intermedio tra i più rappresentativi - riterrebbe più che mai opportuno, vista la posta in gioco anche per il sistema produttivo.

Di sicuro, la frenata di Palazzo Chigi dei giorni scorsi sembra fare spazio all'esigenza di un ampio approfondimento della materia che, come opportunamente indicato dal documento degli industriali di Napoli e della Federico II, passa per la definizione di tempi, modalità e regole molto diversi da quelli previsti dall'iter normativo. Forse proprio quel testo, da tutti apprezzato per equilibrio e chiarezza, potrebbe diventare la base per tradurre il patto in un vero e proprio memorandum delle impese, da Nord a Sud, ed evitare uno scontro che non solo sul piano politico appare oggi carico di incognite.
 

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