Manovra, per lo scaglione Irpef del 38%: l'ipotesi riduzione di 2 punti

Martedì 23 Giugno 2020 di Andrea Bassi e Michele Di Branco

Si riparte da dove ci si era fermati prima del lockdown. Il cantiere della riforma fiscale riprende la sua marcia in vista della prossima legge di Bilancio. «Non è possibile», spiega una fonte politica del ministero dell'Economia, «immaginare il taglio del cuneo fiscale senza intervenire su sistema tributario nel suo insieme». La riduzione della differenza tra costo del lavoro lordo e reddito netto in busta paga (l'Italia, purtroppo, ha uno dei differenziali più alti d'Europa) è in cima alle priorità del governo. Ma l'intervento non può essere disgiunto da una riforma complessiva. E la parola d'ordine è tagliare le tasse al ceto medio. Certo. Ma in che modo? In queste ore riemergono le differenze, non proprio sottili, che dividono Pd e 5 Stelle sull'intervento. E che, nel gennaio scorso, avevano portato la maggioranza a congelare il dossier. In estrema sintesi, i Dem sono già riusciti a far passare nell'ultima legge di Bilancio, una riduzione del cuneo fiscale che entrerà in vigore tra qualche giorno (produrrà i suoi effetti nelle buste paga di luglio). Il bonus da 80 euro di Renzi è stato portato a 100 euro fino 28 mila euro di reddito. Da 28 mila euro, invece, ci sarà una detrazione fiscale che avrà un impatto decrescente che oscillerà da 480 euro l'anno fino ad azzerarsi a 40 mila euro. Il prossimo passo sarà la riduzione delle aliquote per il ceto medio, ossia per quella categoria di contribuenti tra i 28 mila e i 55 mila euro che oggi paga un'aliquota del 38%. Secondo lo schema che piace ai Dem, e al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, l'intervento migliore sarebbe una riduzione di uno o due punti dell'aliquota mediana, quella, appunto, del 38%. Secondo alcune simulazioni, infatti, intervenire a quel livello massimizzerebbe l'impatto per i redditi medi. E permetterebbe, tra le altre cose, di risolvere un problema rimasto appeso con il taglio del cuneo fiscale che partirà a luglio. 
 


L'aumento in busta paga per i redditi che vanno da 28 mila fino a 40 mila euro, infatti, è stato finanziato per soli sei mesi. Scadrà a fine anno. La ragione, indicata nell'ultima legge di Bilancio, era proprio la volontà di procedere con una più profonda riforma fiscale. Se tuttavia il problema non fosse risolto, dal prossimo anno ci si troverebbe in una situazione paradossale evidenziata anche dalla Banca d'Italia: chi guadagna 28 mila euro lordi avrebbe un netto in busta paga superiore a chi ne guadagna 29 mila. Una ragione in più, insomma che sta spingendo il Tesoro ad accelerare sulla riforma delle aliquote Irpef in modo da addolcire questo scalone provocato dal bonus 100 euro. Il piano di lavoro prefigurato dai Dem, però, non convince i 5 Stelle. Nella riforma immaginata dal Movimento gli scaglioni dell'Irpef devono essere ridotti da cinque a tre, più una no tax area che sale fino a 10 mila euro (oggi è 8 mila). L'aliquota più alta scenderebbe da 43% a 42%, quella al 41% arriverebbe al 37% e quella fino al 27% verrebbe ridotta al 23%. Costo calcolato: 4-5 miliardi; fino a mille euro l'anno i risparmi per la classe media. In questo schema verrebbero ridisegnate le fase del prelievo: 23% per redditi da 10 mila a 28 mila; 37% da 28 mila a 100 mila euro; 42% oltre i 100 mila. La discussione, insomma, non si preannuncia comunque semplice. Anche considerando che i temi sul tavolo sono anche altri. C'è lo sfoltimento delle detrazioni e deduzioni fiscali, sempre annunciato ma mai realizzato. E soprattutto c'è la necessità di capire come tornare alla normalità anche sul fronte fiscale. A settembre finiranno tutte le moratorie sulle cartelle esattoriali e sulle tasse rinviate durante il lockdown. Prima di discutere di riforma fiscale sarà necessario capire come liberarsi delle scorie. Non a caso si fanno sempre più insistenti le voci di nuove «volontary disclosure», il termine che nel gergo ha sostituito quello di «sanatoria». Ma anche la possibilità che alcuni versamenti siano cancellati.

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