La campagna dei leader bifronte

di Mauro Calise

Per una volta, sono tutti d’accordo. Se dal voto non uscirà una maggioranza, si torna dritti alle urne. Lo ha detto Berlusconi, smentendo – sdegnato – le voci che lo danno pronto a inciuciare per un Nazareno bis. Lo ha ribadito Renzi, categorico, fiducioso che lo stellone lo aiuterà a sovvertire i sondaggi. Di Maio – che preferisce l’inglese, così può prendersela con le traduzioni – ha aperto le porte a chi ci sta, ma aggiungendo che le condizioni le detterà solo lui (e Casaleggio). Che equivale ad ammettere che, a bordo di un ipotetico governo cinquestelle, è certo che non ci salirà nessuno. 

L’unico più franco è Salvini, che dribbla il problema assicurando che, forte del 14 per cento che i pollster più ottimisti gli assegnano, andrà diritto a Palazzo Chigi. Insomma, chiunque volesse affidarsi alle dichiarazioni dei leader, potrebbe essere fortemente tentato di disdire l’abbonamento Tv, onde evitare di doversi sorbire, nel giro di pochi mesi, lo stesso tormentone elettorale cui siamo sottoposti adesso. 

Ovviamente, non andrà così. Per tre ragioni che tutti conoscono, a cominciare dai leader che mentono – come usa dire – sapendo di mentire. La prima è che tornare alle urne, in tempi brevi e con la stessa legge, sarebbe assolutamente inutile. Il risultato non cambierebbe. E ci ritroveremmo punto a capo, con l’aggravante che i poveri votanti sarebbero – ancora di più – frastornati, alienati e arrabbiati. L’unico partito che potrebbe avvantaggiarsi di questo replay, sarebbe quello degli astenuti. 

Senza parlare – è la seconda ragione – dei deputati e senatori neoeletti, costretti a precipitarsi a rifare un’altra campagna, un’altra sfida. Sborsare altri quattrini, consumare altre giornate pestando l’acqua nel medesimo mortaio di consensi e di ostilità. Sempre che fossero riusciti a sopravvivere al cardiopalma dell’ennesima nottata di lunghi e affilatissimi coltelli, per scoprire se il proprio nome è confermato o depennato dalla fatidica lista. L’unica chance di convincerli a mollare le poltrone appena conquistate, consisterebbe in un blitz congiunto di carabinieri e polizia. Un evento – per fortuna – impossibile a norma di Costituzione.

Il terzo fattore anticrisi consiste nel cataclisma finanziario che si abbatterebbe sull’Italia, nel momento in cui l’Europa – e i mercati speculativi - dovessero prendere atto della nostra ingovernabilità. Per giunta nel momento in cui sta per chiudersi il paracadute che Draghi – con imparzialità e autorevolezza – ha steso sul belpaese. A queste tre solidissime ragioni se ne potrebbero aggiungere altre. Ma sono più che sufficienti per capire che – per nostra fortuna – le affermazioni dei quattro leader saranno clamorosamente smentite.

Conosciamo l’attenuante. La trappola dell’attuale sistema elettorale, che non consente di tirar fuori dalle urne una maggioranza numerica. Ma, al tempo stesso, costringe a serrare le fila dell’elettorato identitario, a incitare a votare il proprio simbolo pur sapendo che non basterà ad assicurare la vittoria. Però, ammesso che non ci siano alternative a questa beffa, è bene essere consapevoli di due conseguenze importanti sulla scena del 5 marzo. 

La prima è che, quando – facendo di necessità virtù - si dovrà metter mano a compromessi per cercare di formare comunque un governo di tipo trasversale, i leader che si sono spesi a spada tratta per la strategia del tutto o niente si troveranno in difficoltà. Non illudiamoci, non sarà la prima volta in cui proveranno a rimangiarsi ciò che avevano proclamato un mese prima. Ma è difficile che – nell’immediato – avranno un ruolo di protagonisti. Dopo il tempo degli urlatori, sarà il turno dei mediatori. Uno, molto stimato, già siede a Palazzo Chigi, ed è probabile che ci resti un bel po’, in attesa che la situazione decanti. Ma chi volesse prendere il suo posto dovrà comunque dare mostra di avere lo stesso profilo di understatement, meno dichiarazioni roboanti e – molte – più virtù dialoganti. 

Questo, però, non basterà ad evitare la seconda – insidiosa – conseguenza. Che la credibilità dei nostri leader ne uscirà ulteriormente danneggiata. Aumentando il fossato – già profondo – tra ciò che sentiamo dire e la realtà con cui ci tocca, invece, fare i conti. Ai tanti guai di questa stagione, andranno aggiunti anche i leader bifronte. 
 
Mercoledì 7 Febbraio 2018, 08:30
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