Legittima difesa torna in Senato, la Lega: agguato grillino contro di noi

di Alberto Gentili

Il clima, come accade ormai spesso da mesi, è tornato pessimo tra 5Stelle e Lega. Tanto brutto che a Matteo Salvini i suoi sono andati a dire: «I grillini vogliono utilizzare la legge sulla legittima difesa come merce di scambio. Rimandano il provvedimento in Senato per la terza lettura, in modo da poterci tenere per le palle sulla questione delle trivelle, quando il decreto Semplificazioni andrà alla Camera....».

Sembra una partita di Risiko o piuttosto un sussulto di complottismo e di veleni. Tant'è, che il vicepremier leghista ha mandato i suoi collaboratori a capire cosa è davvero successo al provvedimento con il quale, insieme a Quota 100 e alla crociata anti-sbarchi, vuole fare il pieno di voti alle elezioni europee del 26 maggio. La scoperta: il ministero della Giustizia guidato dal grillino Alfonso Bonafede martedì ha fatto arrivare alla commissione Bilancio della Camera guidata dal leghista Claudio Borghi un parere vincolante, in cui si evidenzia un «errore tecnico» sulle coperture: nella prima stesura del testo, già votata dal Senato, 98 mila euro sono stati imputati al 2018. E non al 2019. Un piccolo errore che però obbligherà la maggioranza giallo-verde a riportare la legittima difesa, dopo il sì della Camera, di nuovo a palazzo Madama per il via libera definitivo.

Nell'entourage di Salvini, che continua a garantire lunga vita al patto di governo con Luigi Di Maio, si getta acqua sul fuoco: «E' solo un ritardo di poche settimane». Ma così cade la promessa del vicepremier: «Entro febbraio verrà approvata la legittima difesa». E così si alimentano i sospetti, tra i dirigenti e i parlamentari lumbard, di un agguato pentastellato alla legge tanto cara al Carroccio: «Probabilmente Di Maio ha fiutato il rischio che appena varata la legittima difesa, Matteo potrebbe staccare la spina. Ormai anche lui comincia a essere stufo di questi grillini... E per questo i 5Stelle frenano la nostra legge», dice una fonte autorevole lumbard.

LO SCHEMA DELLA TAV
Di certo, c'è che il braccio di ferro sulle trivelle nell'Adriatico e nel mar Ionio riaccende lo scontro tra Lega e 5Stelle sull'idea di sistema Paese. Lo stesso che finora ha provocato lo stallo sul destino dell'Alta velocità Torino-Lione. Non a caso in queste ore è tornato in campo Giancarlo Giorgetti, il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, da sempre scettico sull'alleanza con i grillini: «La posizione della Lega non è cambiata, siamo a favore dello sviluppo del settore oil and gas». Insomma: dimenticatevi lo stop alle trivellazioni. Un altolà rilanciato dal presidente romagnolo della Lega, Gianluca Pini: «Non daremo il via libera ad alcuna norma che fermi la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di gas in mare».

Questo perché il Carroccio, in Emilia Romagna, si gioca decine di migliaia di voti. Esattamente come per la Tav in Piemonte e Lombardia. Nelle piattaforme estrattive di metano a largo di Ravenna, «la capitale del gas in Italia», sono occupate circa 4.500 persone: «E se facciamo scappare, alzando i canoni o fermano le trivellazioni, le aziende che operano in Adriatico, sarà un dramma sotto il profilo occupazionale ed economico», aggiunge un altro esponente del Carroccio che segue il dossier.

Insomma, posizioni inconciliabili tra leghisti e grillini. Con i primi che difendono la loro idea di sviluppo e il proprio bacino elettorale e i secondi che non ne vogliono sapere di cedere sulle trivelle, dopo aver dovuto ingoiare il gasdotto Tap e il Terzo Valico per quello che viene definitiva «la maledizione delle T». Un braccio di ferro che ha spinto il ministro dell'Ambiente Sergio Costa a minacciare le dimissioni se non scatta lo stop alle trivelle, ha paralizzato i lavori del Senato e a sera ha provocato il rinvio a questa mattina del dibattito nelle commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici. «Siamo lontanissimi da una soluzione e noi non arretriamo», hanno fatto sapere i grillini e hanno confermato i leghisti.

Il problema è che Di Maio non può e non vuole cedere (la sua spina nel fianco Roberto Fico è tornato a scandire un ultimatum: «Dobbiamo investire nelle fonti di energia rinnovabili, basta trivellazioni»). E anche Salvini non è intenzionato a fare retromarcia. La soluzione potrebbe essere stralciare la questione dal disegno di legge Semplificazioni e farne un provvedimento ad hoc, con un nuovo «piano energetico nazionale». Un modo anche per rinviare il nodo al dopo elezioni, facendo condividere alle trivelle il probabile destino della Tav.

 
Giovedì 24 Gennaio 2019, 08:18 - Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 14:15
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