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Letta e Conte, una convivenza forzata nel nome del “campo largo” dei progressisti

Martedì 22 Febbraio 2022 di Alberto Gentili
Letta e Conte, una convivenza forzata nel nome del campo largo dei progressisti

Finché non ci sarà una legge proporzionale, se mai ci sarà, Enrico Letta non potrà rinunciare ai 5Stelle di Giuseppe Conte. E i 5Stelle di Conte non potranno fare a meno del Pd di Enrico Letta. Una convivenza forzata, nel nome del “campo largo” dei progressisti, tutt’altro che semplice come dimostrano gli ultimi giorni. Ma indispensabile per provare a battere il centrodestra, visto che insieme Pd e M5S vengono accreditati dai sondaggi tra il 30 e il 35%. Una massa critica che però non è sufficiente. Così il segretario del Pd sta tentando di allargare il “campo” ad Azione di Carlo Calenda e a Italia Viva di Matteo Renzi, innescando la reazione di Conte.

SCENE DI GELOSIA

E’ bastato che Letta andasse sabato scorso al primo congresso di Azione per far esplodere un putiferio. Il segretario del Pd, consapevole delle difficoltà del Movimento e dell’alta probabilità che questo possa implodere e sgretolarsi, ha deciso di tentare un'avance con Calenda: «Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro Paese, che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023 e dopo il voto daremo un governo riformista, democratico e europeista eletto dai cittadini per rendere la politica al servizio del nostro Paese». La risposta di Calenda non è tardata: «Vincere insieme le politiche del 2023? Io a Letta dico tutto questo è possibile ad una condizione che lui sa perfettamente, che non ci siano M5S». E rapidissima è arrivata anche la reazione di Conte: «Mai entreremo in un’accozzaglia con Calenda». La controreplica del leader di Azione: «Parla di accozzaglia? Penso che abbia ragione: questo campo largo è un’accozzaglia». Amen.

LA TENACIA DI LETTA

Ma Letta, che è uno tenace, lunedì ha cercato di riportare la pace tra il Pd e i 5Stelle. L’ha fatto con parole di miele per Conte: «L’obiettivo per il 2023, con il banco di prova intermedio delle amministrative di primavera, è creare un’alleanza, la più larga possibile, fra progressisti, democratici e ambientalisti. E il M5s fa parte di questo progetto, perché le esperienze del Conte bis e del governo Draghi ci hanno uniti col cemento». Poi, per far ancora più felice il leader grillino, Letta ha detto sì al salario minimo che è una delle bandiere del M5S. La risposta dell’ex premier è arrivata questa mattina: «Mi fa piacere, è l’occasione per sgombrare il campo da dubbi e convergere sul nostro disegno di legge che è già incardinato in Senato. Passiamo tutti dalle parole ai fatti. È ora di dare una risposta degna alla precarietà del lavoro».

IL NUOVO INCIDENTE

Il sereno sembrava tornato tra i due promessi alleati. Ma Letta, come si diceva, vuole tenere dentro anche Renzi con cui durante la partita per il Quirinale ha rinsaldato i rapporti. E così il Pd in Senato ha deciso di sostenere il senatore di Rignano votando a favore della relazione della Giunta per le Immunità, sul conflitto di attribuzione contro i giudici fiorentini per il caso della Fondazione Open, che vede coinvolto Renzi indagato per finanziamento illecito. Apriti cielo. I 5Stelle non l’hanno presa per nulla bene e hanno annunciato il loro “no” al contrario dei dem. Un’altra zuffa. Un altri distinguo.

L'EPILOGO APERTO

Da capire due cose: se la convivenza forzata avrà gambe per camminare e se il Movimento, al momento delle elezioni, sarà ancora tutto intero. E dunque utile al Pd. Se non lo fosse, Letta sarà costretto a... tradire Conte e ad abbracciare Calenda e Renzi. Sempre che, e questa era la premessa, non si passi al sistema proporzionale. Quel meccanismo elettorale che è una sorta di libera tutti: cancella i vincoli di coalizione e rimanda la formazione della maggioranza di governo al dopo elezioni.

Ultimo aggiornamento: 16:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA