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Luigi Di Maio, l'opa lanciata dal ministro scissionista spaventa le truppe di Conte

Lunedì 4 Luglio 2022 di Lorenzo Calò
Luigi Di Maio, l'opa lanciata dal ministro scissionista spaventa le truppe di Conte

Raccontano che nel M5S i toni ultimativi arrivati da sponda Pd non solo non siano piaciuti ma abbiano anche irritato - e non poco - la squadra di pontieri e pompieri che oggi spalleggerà l'ex premier Giuseppe Conte nella linea da tenere nei confronti del governo e del presidente del Consiglio Mario Draghi: una linea morbida ma ferma, decisa ma dialogante. Insomma, la parola d'ordine è: niente rotture. Almeno per ora. Epperò sentire Franceschini sibilare avvertimenti da dentro o fuori e minacciare la fine di qualsiasi ipotesi di alleanza per le politiche se i Cinquestelle decidessero di uscire dalla maggioranza e abbandonare la zattera del governo, non è stato proprio il massimo per l'avvocato di Volturara Appula impegnato sia a limare il discorso da tenere oggi, alle 13, davanti al Consiglio nazionale, sia a definire lo schema delle priorità da sciorinare nel faccia a faccia con Draghi, fissato alle 16.30. «Il Pd vuole mandarci al 2%, ma andasse...», scrive un esponente campano di primo piano del Movimento in una conversazione privata. E questo è solo un assaggio. 

Ma Conte deve guardarsi anche da possibili smottamenti delle sue file verso Insieme per il futuro, il neonato partito del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha appena costituito i gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. «Ne arriveranno altri - ha detto al Mattino Vincenzo Presutto, vicepresidente del gruppo Ipf a Palazzo Madama - porteremo da noi anche ex parlamentari del M5s che nei mesi scorsi erano andati via». Il tema ha tenuto banco anche durante la festa di nozze, sabato sera, per celebrare il matrimonio tra Iolanda Di Stasio (capogruppo alla Camera del partito di Di Maio) e Pietro Dettori, fra i più stretti collaboratori di «Gigino». Un'occasione che ha riunito per un giorno non solo i fedelissimi di Conte e del ministro degli Esteri, ma anche alcuni rappresentati della Casaleggio associati. Insomma, Stefano Patuanelli, Alfonso Bonafede, Roberto Fraccaro e Ettore Licheri, Stefano Buffagni, Max Bugani. I diretti interessati smentiscono ma il timore fra le truppe contiane è che da parte delle falangi di Di Maio sia partita una sorta di Opa per «svuotare» il Movimento. Oggi alla Camera i dimaiani sono 51 contro 105 di Conte; al Senato 10 dimaiani (con il simbolo offerto dal Cd di Tabacci) contro 62 del M5s. E se in Consiglio regionale della Campania per ora la partita è finita 3-3 (Ciarambino, Aversano e Cirillo con Di Maio; Cammarano, Ciampi e Saiello con Conte) proprio dalla Campania potrebbe rinvigorirsi un'onda lunga che al momento presenta un solo, grande punto interrogativo: con la riduzione dei parlamentari, quanti posti e candidature blindati potrà garantire Di Maio ai suoi adepti? Il neopartito è quotato nei sondaggi poco oltre il 2%, ma «il progetto è ambizioso - dicono - certamente cresceremo». E questo spiega anche perché Ipf non abbia fatto mistero di «gradire» un cambio della legge elettorale per abbandonare il maggioritario e riabbracciare il proporzionale. Per il momento l'ordine dei «contiani» è quello di serrare i ranghi. E così nel Consiglio regionale del Lazio nulla si è mosso e i consiglieri sono rimasti con Conte, così come in Piemonte, Friuli, Emilia-Romagna e Toscana. Resta l'incognita del consiglio comunale di Roma mentre in Puglia ha scelto il ministro degli Esteri l'europarlamentare Chiara Gemma laddove il gruppo regionale (che è al governo con il presidente Emiliano) per ora è rimasto fedele al «pugliese» Giuseppi. 

Certo, fra i duri e puri del M5s c'è il sospetto che dietro lo strappo di Di Maio ci sia l'avallo di Draghi (il ministro degli Esteri però ha smentito, non scherziamo), ma il disagio non è legato a messaggi o telefonate tra l'ex numero uno della Bce e Beppe Grillo, il problema per l'ex premier è politico: restare al governo assumendosi la responsabilità del calo di consensi e appeal del Movimento o passare all'opposizione, tenersi le mani libere in relazione ad alcuni provvedimenti di interesse specifico e cercare la «remuntada» da una posizione più comoda? Sia Conte sia Draghi vogliono che il vertice di oggi sia risolutivo, perché il premier - e lo ha ribadito più volte - non intende galleggiare in balia del continuo rischio di imboscate o incidenti parlamentari, e perché il leader pentastellato, dal canto suo, si attende risposte chiare. Risposte che i Cinquestelle ancorano a temi irrinunciabili in quanto fortemente identitari: investimenti consistenti per la transizione energetica (con il no al termovalorizzatore di Roma), salario minimo, apertura di una nuova fase diplomatica nella guerra all'Ucraina. Poi c'è il nodo Reddito di cittadinanza su cui ieri sera lo stesso Beppe Grillo ha fatto sentire, in modo sarcastico, la sua voce: «Avete ragione voi - ha detto l'Elevato - è stato un nostro errore. Basta con questo voler contrastare la povertà». 

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D'altro canto all'interno dello stesso Movimento il fronte è tutt'altro che compatto perché la squadra dei governisti preme per ricucire o, almeno, per evitare che si arrivi a una frattura irreversibile, tale da far precipitare la situazione in piena estate e con i lavori della Finanziaria alle porte. Ecco perché, il weekend appena concluso è stato speso dai «pontieri» nel tentare di rasserenare gli animi: in azione Todde, Crippa, Sibilia, Dadone decisi a neutralizzare spinte centrifughe provenienti da altri settori importanti dei Cinquestelle come Ettore Licheri («attenti a non scambiare la lealtà per mollezza», ha avvertito) e Roberta Lombardi. «La verità - riflette un esponente campano dell'ala governista Cinquestelle - è che oggi si cercherà di smussare gli angoli e di evitare che qualcuno possa addossare a Conte la responsabilità politica di una frattura. Ma i nodi restano tutti lì e restare al governo per noi vuol dire mettere in conto pure la concreta possibilità di dover ingoiare ancora qualche rospo. Non so quanto reggeremo». Ecco anche perché la salita al Quirinale del presidente Cinquestelle, mercoledì scorso al cospetto di Mattarella, è stata interpretata come il segnale di «istituzionalizzare» un disagio politico cui ha fatto seguito l'ordine impartito a tutti gli staff comunicazione, di mantenere un profilo basso, evitare di sollevare polemiche e assumere una postura costruttiva. Certo, poi sulle determinazioni finali parlamentari e iscritti del Movimento dovranno esprimersi con un voto «perché non si dica che Conte decide tutto da solo». 

Ultimo aggiornamento: 15:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA