M5s, rischio flop alle regionali: l'obiettivo salvezza è al 10%

Lunedì 29 Giugno 2020 di Simone Canettieri

I big mettono le mani avanti: «Le elezioni regionali non sono mai state il piatto forte della casa». Ma nel M5S, in queste ore tra gli strappi di Renzi e gli appelli all'unità di Nicola Zingaretti, gira un numeretto magico: 10%. Cioè raggiungere almeno la «soglia psicologica» della doppia cifra nelle sei Regioni che il 20 settembre andranno al voto. Altrimenti il big bang è dietro l'angolo.

Le premesse non sono delle migliori, e lo sa anche Vito Crimi, che da reggente si è trovato il destino del Movimento sulle spalle fino ai prossimi Stati generali, previsti dopo le elezioni. Al momento, l'unico posto dove il M5S può tentare di mettere un piede sulla vittoria, per nulla scontata, è la Liguria. Dove ieri i pentastellati hanno dato il via libera al docente Fausto Massardo anche se non è chiaro se così si chiude la trattativa col Pd dalla quale anche Beppe Grillo si tiene alla larga. Soprattutto da quando la prediletta Alice Salvatore, capogruppo M5S uscente, ha deciso di salutare tutti per mettersi in proprio: correrà con la lista Buonsenso. Quello che, secondo il Pd, manca al M5S in queste regionali. Dove, ha fatto capire Nicola Zingaretti, si rischia solo di fare un enorme favore a Matteo Salvini e al centrodestra, con rischi annessi per la tenuta del governo.

Ecco, prendiamo la Puglia. Michele Emiliano, sostenuto dal Pd anche se non ne fa più parte, è accusato di essere troppo grillino dai renziani, che infatti corrono da soli con il sottosegretario Ivan Scalfarotto.

Ma i pentastellati non ne vogliono sapere di appoggiare l'ex magistrato. «Assolutamente no», dice Barbara Lezzi, già donna forte del movimento con il motto No Tap!. L'ex ministra appoggia Antonella Laricchia e lavora a una lista civica di supporto. Ma così non si fa un favore a Raffaele Fitto? «Emiliano in Puglia ha adottato il suo piano della sanità: sono la stessa cosa». Obiettivo 10%? «Puntiamo a vincere». Sarà. Anche se la storia è diversa.

E tutti nel Movimento si stanno mettendo l'anima in pace. Andiamo in Campania. «Contro De Luca non vinceremmo nemmeno se candidassimo Diego Armando Maradona», dice il senatore pentastellato Emanuele Dessì. Invece ci sarà per la seconda volta Valeria Ciarambino, quotata da un sondaggio Ipsos «al 13%». Premessa: la Campania è la culla del M5S, la terra di Luigi Di Maio e Roberto Fico, giusto per citare i primi due pezzi da novanta, ma anche del ministro dell'Ambiente Sergio Costa che, dopo un timido affaccio, si è subito ritirato. Qui alle Europee di un anno fa, in piena crisi di consensi e di voti travasati verso la Lega, il Movimento prese il 34%. Adesso la musica è cambiata e la partita - con De Luca in campo - sembra impossibile da sbloccare. Perfino da Di Maio, anche se nella sua Pomigliano D'Arco l'accordo con il Pd è fattibile, ma sono comunali. Dinamiche molto local.

Fin qui le sfide di cui si può parlare, ma ci sono quelle da scrollata di spalle: il Veneto, la Toscana e le Marche. Nella terra del doge Zaia, «la prova di testimonianza dei grillini» ha il nome e cognome di Enrico Cappelletti. Nella patria del Giglio magico, invece, c'è Irene Galletti. La doppia cifra, e cioè un 10%, da queste parti sembra un sogno a occhi aperti. Stesso discorso nelle Marche, altro giro, altra acuto da solisti, per i pentastellati, con Mario Mercorelli. Tutti e tre i candidati sono stati scelti dalla rete su Rousseau. E condannati - salvo cataclismi - a sconfitta certa. Ma cosa potrebbe accadere la notte del 21 settembre davanti a una vittoria del centrodestra per 4-2 e con il M5S alle prese con percentuali poco lusinghiere? Si spianerà la strada alla rifondazione grillina voluta da Di Battista oppure i vertici partoriranno un direttorio ultra-conservativo? «In questo momento storico parlare di leader è come voler a tutti i costi costruire una casa partendo dal tetto invece che dalle fondamenta», dice il deputato M5s e presidente della Commissione politiche Ue Sergio Battelli.

Nel frattempo, però, il gioco dei veti e della mancate alleanze gonfia le vele del centrodestra che punta alla spallata di settembre, complice il possibile autunno caldo del Paese in crisi.

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