Fisco, colpo al Made in Italy: azzerato il credito d'imposta all'innovazione

Lunedì 13 Gennaio 2020 di Gianni Molinari

Un duro colpo al Made in Italy. Sono furiosi gli imprenditori del settore moda-casa (abbigliamento, calzature, mobili, gioielleria, ceramiche). Nelle pieghe della legge di bilancio del 2020 arriva una velenosa quanto devastante revisione del credito d'imposta per le spese di innovazione sostenute dalle imprese nella realizzazione di nuovi prodotti: fino al 31 dicembre per la progettazione e lo sviluppo dei prodotti le aziende potevano ottenere un credito d'imposta (cioè la riduzione della base imponibile sulla quale si calcolano le imposte) del 50 per cento sulle spese sostenute appunto per i nuovi prodotti, in particolare quelli di progettazione e di design. Il credito d'imposta veniva ottenuto con un automatismo: al momento della presentazione del modello F24 con cui si regola il pagamento delle imposte le imprese potevano detrarre le spese dal calcolo finale delle imposte da pagare. L'agenzia delle Entrate verificava, successivamente, la legittimità della detrazione.

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La misura era stata introdotta con la cosiddetta legge Industria 4.0 che mirava a sostenere la transizione dell'industria italiana verso i nuovi modelli produttivi caratterizzati dalla presenza sempre più forte della robotica e da necessità di figure professionali sempre più elevate.

Per spiegare con un esempio, il taglio dei tessuti avviene con macchine laser gestite da operatori: negli atelier si studia continuamente l'evoluzione del gusto dei consumatori, si fanno i modelli, si scelgono i colori e poi si preparano le dime per adattare ciascun nuovo modello alle taglie che si troveranno poi nei negozi. Attività che hanno tempi diversi per i mercati interno e internazionale (per esempio influisce sulla progettazione nell'abbigliamento le stagioni nei due emisferi): da due a quattro volte l'anno sempre in relazione ai tempi della distribuzione (cioè con larghissimo anticipo rispetto a quando si troveranno nei negozi) e delle fiere.
 


Dal primo gennaio 2020 il credito d'imposta è sceso dal 50 al sei per cento. Cioè quasi a niente. Inoltre è cambiato il sistema per ottenere la detrazione: bisognerà fare un rendiconto da inviare agli inizi del 2021 a un non meglio specificato ufficio del ministero dello Sviluppo economico che esaminerà la pratica e solo dopo l'approvazione, l'impresa potrà detrarre il sei per cento.

«Naturalmente non perderemo tempo - sbotta Gino Giamundo di Confindustria Moda Campania - perché così la misura è inutile e dannosa».

Il mondo dei prodotti per la moda (abbigliamento, calzature, oreficeria, ecc.) e quello della casa (mobili, ceramiche, vetro) è in subbuglio.

Il made in Italy è oltre il 20 per cento dell'export italiano (nei primi nove mesi del 2019, 63 miliardi circa su 352; in Campania un po' meno ma sempre il dieci per cento dell'export pari a un miliardo di euro) e occupa circa centomila addetti e passa.

È il biglietto da visita dell'Italia: la settimana del Design di Milano è l'evento più importante del pianeta per il mondo dei mobili e della creazione di complementi d'arredo. Per questo Industria 4.0 aveva inteso sostenere la ricerca e lo sviluppo in questi settori che si trovano a competere in mercati molto concorrenziali, in particolare devono far fronte alla concorrenza sui prezzi della Cina e subiscono la pirateria e il falso. Una delle chiavi per contrastare il mercato delle «copie» è appunto la continua innovazione di prodotto che è più semplice (relativamente) per le imprese originali e meno per chi copia.

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«Per tutti i produttori e per noi campani in particolare - spiega Giamundo - è un colpo che ci mette in una situazione rischiosa. La gran parte del nostro sistema produce per i marchi delle grandi distribuzione europee e americane che sono molto esigenti e quindi facciamo investimenti importanti sui nuovi prodotti per mantenere le posizioni nel mercato. È un'operazione insensata che creerà un danno al Paese, la cui immagine, quella del bello e della tradizione italiana, è legata intimamente ai nostri settori».

«Non so - continua Giamundo che gestisce un'azienda che produce abbigliamento per i mercati europei - se quando è stata modificata questa norma ci si è resi conto di quello che si faceva. Certo i danni sono enormi». 

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