Manovra, urla al summit: Renzi scatena l'ira Pd. E Grillo stoppa Di Maio

Venerdì 6 Dicembre 2019 di Simone Canettieri e Alberto Gentili

Nel giorno in cui 5Stelle e Pd siglano una mezza tregua sul fronte della giustizia, è Matteo Renzi a terremotare la maggioranza. E a spingere, come nel più classico copione sulla legge di bilancio, il ministro dell'Economia sulla graticola: entro le otto di questa mattina, quando scatterà un nuovo vertice, Roberto Gualtieri e la Ragioneria dovranno trovare le coperture per eliminare del tutto o più probabilmente rinviare la plastic tax e la sugar tax. Esattamente come ha chiesto e preteso il leader di Italia Viva (Iv). Un epilogo che il Pd rifiuta: «Un compromesso va trovato, ma Renzi non può averla vinta su tutto. Politicamente sarebbe inaccettabile».

Manovra, scontro al vertice. Italia Viva: tagliate le tasse. Conte: trovare 500 milioni

Così è da vedere se Gualtieri troverà le risorse: più o meno 500 milioni di euro. Teresa Bellanova (capodelegazione di Iv) nel summit, terminato con una fumata nera, non usa però mezzi termini: «Abbiamo chiesto di cancellare tutte le tasse e non arretriamo di un millimetro. Tanto più che quelle imposte colpiscono le aziende dell'Emilia Romagna dove a gennaio si vota...». Raccontano a palazzo Chigi di aver sentito le urla fino in corridoio.
L'aut aut della Bellanova, accompagnato dal monito sul voto emiliano cui è legata la sorte del governo, trova terreno fertile. Certo, l'impresa di Gualtieri non è semplice e il suo partito gli chiede di non concedere troppo a Renzi, ma sul ministro c'è anche il pressing di Giuseppe Conte. Il premier, impegnato a salvare la pelle al governo, offre sponda alla Bellanova ed è lui che a fine riunione fa sapere di aver chiesto al Tesoro «un ulteriore sforzo per ridurre la tassazione». Commento dei suoi: «Avevamo già tolto il giro di vite sulle auto aziendali e ridotto la plastic tax e la sugar tax. Una ulteriore sforbiciata ben venga». E la Bellanova fa filtrare la «fiducia di Iv per la maggioranza». Peccato che Renzi continui a vederla nera. Ai suoi confida: «Il governo non andrà oltre all'estate, presto si voterà».
Per il resto è la solita giornata di ordinaria follia. Conte, stufo dei continui attacchi di Luigi Di Maio che fanno tremare dalle fondamenta il governo, di buon mattino confida: «Il Pd si sta dimostrando leale, sarà Luigi ad assumersi la responsabilità di aver portato Salvini a palazzo Chigi».
Poi, però, Dagospia racconta di una ruvida telefonata di Beppe Grillo in cui il garante avrebbe minacciato di licenziare il leader politico e di toglierli l'uso del simbolo se non cambia atteggiamento verso l'esecutivo e i dem. Di Maio fa smentire a stretto giro. Non l'entourage di Grillo.

LA FRENATA DI LUIGI
Di certo, c'è che passa meno di un'ora e il Guardasigilli Alfonso Bonafede, al grido «io non voglio la crisi», riavvia il dialogo con il dem Andrea Orlando sulla prescrizione. Il segno che il fronte governista e parlamentare del Movimento (la stragrande maggioranza) prova assieme a Grillo a stringere una sorta di cordone sanitario attorno a Di Maio. Non a caso il leader, poco dopo, si mostra più conciliante. E ai suoi dice: «E' il Pd che vuole far cadere il governo, noi io. Per me si deve arrivare al 2023: se alzo i toni è per non farci schiacciare. I dem stanno facendo terra bruciata nei nostri gruppi parlamentari e dopo il voto in Emilia tenteranno di controllarli».
«Teorie di un leader in difficoltà» e, dunque, «più pericoloso» secondo il Nazareno. E chi tra i dem non è al governo, come il segretario Nicola Zingaretti o il capogruppo Graziano Delrio, fa sapere di essere «stufo degli sgambetti di Di Maio». Chi invece, come Dario Franceschini guida la delegazione nell'esecutivo, usa toni molto diversi. Per il ministro «basta un po' di buona volontà» e si dice convinto che «il governo debba andare avanti».
Da valutare, in questo quadro, l'accordo sulla legge elettorale raggiunto a sorpresa mercoledì sera (sistema proporzionale di tipo spagnolo). Può sembrare un segnale di tregua, in realtà dimostra che i contraenti del patto di governo giallo-rosso mettono in campo lo strumento principe per il voto anticipato. Senza patti pre-elettorali: alle elezioni ognuno andrà da solo grazie al proporzionale. Da stabilire quando.

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