Campidoglio, De Vito prepara lo strappo: via da M5S per ricandidarsi

Sabato 25 Luglio 2020 di Lorenzo De Cicco
Marcello De Vito

È l’ultima sfida di Marcello De Vito a Virginia Raggi: uno strappo clamoroso, l’uscita ufficiale dal M5S che a Roma ha contribuito a fondare, un’era politica fa. L’obiettivo: ricandidarsi alle elezioni comunali della prossima estate, con un altro partito. Lo strappo, studiato, ventilato da mesi, sembra ormai deciso, manca solo l’annuncio: il presidente dell’Assemblea capitolina è pronto a lasciare la pattuglia grillina che regge il Campidoglio. Una maggioranza sfibrata dalle defezioni e dalle bizze di quattro anni di governo - due consiglieri hanno lasciato il gruppo per passare all’opposizione, altri due hanno lasciato addirittura la carica - e che, dopo questa uscita, “ballerà” su numeri ancora più risicati, rendendo precario ogni passaggio in Aula. 

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De Vito, avvocato, 46 anni compiuti l’altro ieri, è uno dei volti più noti del M5S romano, il primo candidato sindaco, nel 2013 contro Marino, poi recordman di preferenze alle ultime comunali, 6.451 schede. È stato soprattutto il grande nemico interno di Raggi, almeno all’inizio dell’avventura stellata a Palazzo Senatorio. Sfidante di «Virginia» alle primarie del 2016 per ottenere di nuovo la nomination stellata, perse per 417 clic la conta tra gli iscritti, con la convinzione - e il rammarico - di avere avuto la peggio per colpa di un dossieraggio interno. Se nel monocolore grillino in Consiglio comunale, al di là delle gelosie e delle liti all’ordine del giorno, c’è stata una corrente interna, non ostile ma sicuramente alternativa a quella dei fedelissimi di Raggi, è stata la sua. Il primo squarcio, profondissimo, nel rapporto col Movimento risale al 20 marzo 2019: l’arresto con l’accusa di corruzione per l’affaire Tor di Valle, Di Maio che dopo i primi lanci d’agenzia già annuncia: «È fuori dal M5S». In realtà non è così: De Vito è sospeso, ma il procedimento disciplinare è rimasto nel freezer. Dal gruppo M5S in Campidoglio non è mai uscito. Così dopo quattro mesi in carcere, altri quattro di domiciliari, fino a quando la Cassazione definisce le misure cautelari «basate su congetture ed enunciati contraddittori», torna in libertà e sullo scranno più alto dell’Aula Giulio Cesare.

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Un’Aula che non vorrebbe lasciare tra dieci mesi. «Si vuole ricandidare», dicono i colleghi che ci hanno parlato. Ecco allora l’ultima mossa, il colpo da piazzare per rimettersi in gioco in vista delle comunali del 2021: M5S addio. In attesa di trovare un nuovo partito, anche se non sarà facile, il processo è ancora in corso. Lui non conferma e non smentisce. Ma chi lo conosce bene non ha dubbi. «Ho aspettato anche troppo, mi hanno sospeso da un anno e mezzo, quando avrebbero dovuto decidere in 60 giorni», si è sfogato De Vito con l’amico parlamentare Max De Toma, anche lui fuoriuscito dai 5S. Raggi colleziona l’ennesimo forfait (anche tra i dirigenti: ieri si è dimessa la responsabile del dipartimento Casa, Valeria Minniti, manager del Viminale) ma soprattutto per la sindaca è la certificazione che i numeri in Assemblea si fanno molto risicati. Avrebbe 27 voti contro i 22 dell’opposizione, sempre che con De Vito non passi almeno un altro grillino. Senza contare che dei 27 scranni del M5S, almeno 2 appartengono a consilglieri “ribelli”, gente che ha votato più volte contro le indicazioni del Movimento. Per far passare ogni atto, potrebbe essere decisivo il voto di Raggi, costretta ad essere presente in Aula in tutte le sedute, mentre fuori gli sfidanti farebbero campagna elettorale.
 

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