Mario Draghi, l'agenda a ostacoli del premier tra i veti incrociati dei partiti

Venerdì 8 Ottobre 2021 di Nando Santonastaso
Mario Draghi, l'agenda a ostacoli del premier tra i veti incrociati dei partiti

Lo scontro sulla riforma fiscale rischia di essere stato solo un assaggio. Se da un lato Draghi (e ieri anche il presidente di Confindustria, Bonomi) spingono a tutta forza per accelerare i tempi delle decisioni sul Pnrr e la legge di Bilancio, dall'altra i partiti confermano divisioni e divergenze su molti nodi che stanno per venire al pettine e che in Parlamento dovranno trovare comunque una sintesi, al momento a dir poco assai complicata. Dal Reddito di cittadinanza alle pensioni passando per il post Quota 100, dalle norme anti-delocalizzazioni alla concorrenza, dal riordino degli incentivi alle politiche attive del lavoro, compresa la revisione degli ammortizzatori sociali: tutte materie che hanno consumato in questi mesi strappi e lacerazioni nel dibattito politico e che rischiano di frenare l'azione dell'esecutivo. Vediamo perché. 

Tra 5 Stelle da una parte, Lega e Italia Viva (e Fratelli d'Italia) dall'altra la distanza è abissale. Nel bel mezzo ballano i circa 9 miliardi che finanziano la misura, in larghissima parte assistenziale, di cui beneficiano soprattutto famiglie povere del Sud. Il Movimento di Conte apre a modifiche «ma non si può tornare indietro abolendolo del tutto», dice l'ex premier. Salvini, Renzi e Meloni vorrebbero farne a meno («È metadone di Stato», secondo la leader FdI) pur senza negare l'esigenza di un aiuto a chi ne ha davvero bisogno. Il Pd sta con Draghi («Si parta dalle cose che non hanno funzionato e si mantenga il sostegno alla povertà» dice Letta). Trovare la sintesi adesso, dopo lo strappo leghista sul catasto, appare improbabile.

A fine anno cesserà la sperimentazione di Quota 100 ma al momento non è per nulla chiaro cosa succederà. C'è un generale consenso sull'allargamento dell'Ape sociale a chi ha compiuto 63 anni ma di fatto alla Camera ci sono ben 9 proposte di riforma, atteso che Draghi difficilmente accetterà ipotesi di proroga della misura sostenuta dalla Lega (che annuncia però barricate). Sul tappeto prendono corpo le ipotesi di uscita a 63 o 64 anni (la prima sostenuta soprattutto dall'Inps) ma Fi con Renata Polverini propone 62 anni di età anagrafica con 35 di contributi (in linea anche la proposta di Fdi) mentre il Pd con Serracchiani e Cantone mira ad una specie di Super Ape social con la conferma dell'anticipo pensionistico ad almeno 63 anni di età e l'allargamento della platea anche a nuove categorie di lavori gravosi. I 5 Stelle per ora tacciono. Trovare la quadra non sarà facile. 

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La prima delle quattro leggi annuali previste dal Pnrr sembra, per ora, un terreno minato per il governo nel confronto con i partiti. Basti pensare al nodo delle concessioni balneari su cui il governo Draghi annuncia di voler intervenire proprio attraverso la riforma della concorrenza visto che l'Europa chiede di applicare la legge del 2006 e che l'Italia non ha mai risposto. Lega e Fi, da sempre vicini alle posizioni dei titolari degli stabilimenti, annunciano già una forte opposizione. Ma anche su altri aspetti della riforma, slittata non a caso da fine luglio, i contrasti non saranno di poco conto dal momento che nel provvedimento confluiranno energia, porti, rifiuti e sanità, le concessioni per la distribuzione del gas naturale, le procedure degli impianti di smaltimento dei rifiuti che avranno tempi certi, probabilmente non superiori ai 15 giorni. Le fibrillazioni maggiori sul piano politico si prevedono sulla messa a gara dei servizi pubblici locali e sulla liberalizzazione delle infrastrutture idroelettriche, le dighe oggi affidate alle Regioni, su cui la Lega ha già storto il naso in passato.

È forse il terreno (ma in questo caso parliamo di misure da inserire nella Legge di Bilancio) sul quale le impostazioni ideologiche tra centrosinistra e centrodestra appaiono più marcate. Il progetto messo a punto dal ministro Orlando (con la trasformazione della Cig in misura universale, allargata anche ai settori che non ne erano coperti prima dell'emergenza Covid) piace ai 5 Stelle e al Pd (o almeno ad una parte) ma trova ostile l'area liberale, a partire da Fi, che lo giudica troppo a favore dell'assistenza e poco o nulla dello sviluppo. Frena anche la Lega ma al momento il nodo più serio da sciogliere riguarda la copertura della riforma: il ministro delle Finanze, Franco, ha spiegato che nella manovra non ci potranno mai essere gli 8 miliardi indicati dal piano di Orlando, al massimo 2-3. Di qui la sensazione di una riforma appesa, in attesa anche che passi la buriana del dopo elezioni. Molto dipenderà dalla valutazione finale delle parti sociali cui, in fondo, la materia interessa da vicino. 

Fase di stallo anche per il decreto che dovrebbe impedire vicende come quelle di questi mesi, con multinazionali che fanno i bagagli e lasciano l'Italia per continuare a produrre all'estero. Andato a vuoto non senza polemiche il tentativo di decreto su cui avevano lavorato (e litigato) il ministro Orlando e la viceministra M5s Todde, la patata bollente è finita nelle mani di Draghi e a quanto pare è già stata accantonata l'idea che il costo finisse tutto sulle spalle delle imprese, come Confindustria aveva subito denunciato, sostenuta da Lega e Fi in particolare. Il Pd prova a mediare: la proposta si può migliorare in Parlamento, dice la presidente della commissione Lavoro, Mura. Il cammino resta in salita.

Il riordino delle misure per le imprese del Sud, che di fatto non beccano palla su quelle di carattere nazionale (Industria 4.0, ad esempio) è scritto nel Pnrr. Dovrebbe mettere tutti d'accordo considerata l'emergenza occupazionale del Mezzogiorno ma al momento si continua a procedere a fari più o meno spenti. Il ministro leghista Giorgetti ha il dossier tra le mani ma il nocciolo della questione è geografico, per così dire: i partiti più vicini alle imprese del Nord (anche trasversalmente) appoggerebbero un provvedimento che potrebbe ridimensionare gli investimenti di queste ultime?

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