MARIO DRAGHI

Mario Draghi, il discorso sul Quirinale (in 3 passaggi chiave) che mette i partiti con le spalle al muro

Mercoledì 22 Dicembre 2021 di Mario Ajello
Mario Draghi, il discorso (in 3 passaggi chiave) sul Quirinale che mette i partiti con le spalle al muro

Mario Draghi è pronto per il Colle. Questo il senso, come è evidente a tutti, del suo discorso di oggi. Che si è scandito in tre passaggi. Il primo è così formulato: “il mio futuro dipende dal Parlamento” (ovvero, Palazzo Chigi o Colle, fate voi; ma è evidente che se viene stroncato come quirinabile non può continuare a convivere da premier con chi lo ha delegittimato), il governo ha fatto tutto ed è irrilevante chi sarà il mio successore. Il secondo: io sono un nonno al servizio delle istituzioni e la metafora del nonno, da Ciampi a Mattarella ma anche prima, è perfetta per auto descrivere l’identikit di chi è al Quirinale o vuole andarci. Il terzo: la legislatura deve finire nel 2023. E questo è miele per le orecchie di tutti quei peones, e di tutti i 5 stelle, terrorizzati  all’idea di doversene andare a casa e contenti di vedersi rivolta da Draghi questa captatio benevolentiae.

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La palla ai partiti

Il sottotesto del suo discorso è quello che si è potuto leggere giorni fa sul Financial Times secondo cui meglio Draghi per sette anni sul Colle che ancora per poco alla guida di un governo in scadenza.  Tutto ciò mette i partiti con le spalle al muro: e ora come facciamo a dire di no a Draghi, dopo che si è chiaramente proposto? Le prime telefonate tra big e colleghi dei vari partiti, appena finita la conferenza stampa, sono state più o meno del medesimo tenore che è questo: si è reso disponibile e se non lo votiamo per il Colle se ne va pure da Palazzo Chigi, e vie giù tutto. Nel Pd si ragiona così: Draghi al Colle e poi un equilibrio si troverà. Uno dei dirigenti più importanti si spinge oltre: chi mandare a Palazzo Chigi dopo Draghi, sono fatti di Draghi è toccherà a lui dal Colle trovare un degno sostituto.

 

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Il tema della legislatura

Dal Pd alla Lega, da Forza Italia a M5S e a Fratelli d’Italia la lettura è univoca: Draghi si è candidato e ha assicurato che la legislatura continuerà (“Abbiamo fatto un buon lavoro perché l’operato del governo continui indipendentemente da chi ci sarà”) ed è quasi irrilevante chi diventerà il suo successore. Questo anzitutto cambia i connotati del vertice dei leader del centrodestra domani a Villa Grande. Doveva essere l’investitore  piena, ma anche piena di dubbi, di Berlusconi candidato al Colle e però l’intervento di Draghi spariglia le carte. E non rafforza la corsa del Cavaliere che più che da king comincerà a pensarsi come un king maker per il Colle (ma se nonno Draghi venisse impallinato nelle prime tre votazioni zio Silvio sarà pronto a farsi avanti) e come king maker per Palazzo Chigi dove non vede male la Cartabia e soprattutto la Casellati, per non dire di Brunetta. E comunque, il passo avanti di Draghi è ben visto dal Pd, sempre più in questi giorni il partito interno filo-draghista era in crescita, e l’asse Letta-Meloni su Draghi al Colle si stringerebbe ancora di più perché - così si ragiona al Nazareno - la richiesta di Giorgia di elezioni subito potrebbe continuare pur in assenza di elezioni e diventare una buona arma propagandistica - negano il voto agli italiani!!! - per rafforzarsi in vista delle urne nel 2023.

Il concetto della stabilità

Quando dice “gli italiani vogliono stabilità”, il premier rassicura i parlamentari con un messaggio di continuità della legislatura e insomma fa loro una promessa che potrebbe fruttargli un appoggio largo: non vi toglierò il seggio.  Ma fa anche di più Draghi. Sembra rivolgersi direttamente agli italiani quando assicura, sui temi a loro cari, quelli della salute e dello sviluppo, che la legislatura deve andare avanti  “fino al suo termine naturale” per “continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita e di attuazione del Pnrr”. 

In pochi si aspettavano tanta nettezza e tanta chiarezza dalle parole di Draghi oggi. La cui sostanza pone i partiti con le spalle al muro: il voto sul Quirinale è un voto di fiducia anche sul governo e se la maggioranza si spacca sul Capo dello Stato tutti a casa a cominciare proprio dal premier. Una sorta di prendere o lasciare che SuperMario, rivolge a forze politiche mai così deboli e spaventate.

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Ultimo aggiornamento: 23 Dicembre, 09:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA