Partiti, sindacati e riforme: è la fine della «pax draghiana»

Giovedì 28 Ottobre 2021 di Massimo Adinolfi
Partiti, sindacati e riforme: è la fine della «pax draghiana»

Lo stato di emergenza nazionale è prorogato fino al 31 dicembre. Ma la data non significa gran che: né per la misura più importante di contrasto alla pandemia attualmente in vigore, il green pass, che presumibilmente si protrarrà anche oltre quella data, né per la strategia di riforme prevista dal Pnrr, che non si completerà entro l’anno. Però la pax augustea segnata dall’avvento di Mario Draghi alla guida dell’esecutivo è già in pericolo, e il rumore della conflittualità politica e sociale non è più confinato sullo sfondo. I temi in agenda trasmettono tutti qualche motivo di tensione, fra i partiti e all’interno dei partiti, come anche nei rapporti con le parti sociali. 

Tanto per cominciare, quota 100. In verità, ogni volta che compare l’argomento delle pensioni tutto il sistema è attraversato da scosse: le organizzazioni dei lavoratori si mobilitano, i partiti alzano le bandiere. Il merito della misura – che ha agevolato in particolare lavoratori maschi del pubblico impiego nel centro-nord, e che dunque sarebbe difficile contrabbandare per una misura di fondamentale equità sociale – conta fino a un certo punto. I sindacati la difendono, o perlomeno vogliono evitarne la pura e semplice cancellazione: bisogna – dicono – allargare la platea, evitare scaloni, fare una riforma complessiva. Insomma: niente sconti, con Draghi (che mai e poi mai rinuncerà al sistema contributivo, cioè all’impianto della Fornero) è rottura, i toni si alzano e si prepara la protesta. Il premier è rimasto stupito dal volume delle polemiche che stanno accompagnando in queste giornate il lavoro dell’esecutivo, e di rimando si è beccato un’ulteriore salva di critiche: la democrazia non può essere sospesa, il confronto non può essere eluso. 

Lo stesso clima si respira sulle decisioni in materia fiscale. Anche lì si piantano le bandiere: ridurre le tasse, va bene. Ma a chi? Dar soldi ai lavoratori o alle aziende? Su una materia sulla quale una parte della maggioranza aveva in programma, a inizio legislatura, cose come la flat tax, mentre un’altra rispolverava la tassa di successione, mettere insieme le ragioni di tutti non è impresa semplice.

Il fatto è che in tanti vogliono, come si dice, toccare palla. E tanto più lo vogliono, quanto più comprendono che gli equilibri politici possono cambiare. Non c’è solo Draghi: qualcuno non lo dice, ma lo pensa; qualcun altro lo dice a mezza bocca, qualcun altro ancora lo confessa apertamente: sicuri che debba continuare fino al 2023, se non addirittura andare oltre? Sicuri che non sia meglio pensionarlo alla presidenza della Repubblica, dove, certo, farà ancora sentire il suo peso, ma libererà comunque spazi politici importanti? E comunque proviamoci: tiriamo almeno un po’ la corda, e vediamo che succede.

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Certo, i mesi trascorsi hanno segnato successi importanti: la vaccinazione oltre l’80% della popolazione, le riaperture, una robusta crescita del PIL. Ma sembra che per molti siano ormai alle spalle, come risultati acquisiti e consolidati. Il che non è: non è perché il covid non è ancora un pericolo scampato, e anzi ci attende una terza dose, e perché senza le riforme la ripresa rischia di essere solo un rimbalzo momentaneo e insufficiente. Ma le ostilità sono già riprese. E Quirinale e nuova legge elettorale promettono scintille.

Nel centrosinistra, non c’è solo il ddl Zan, che finisce in soffitta e che dimostra quanto poco sia difficile mantenere un fronte unito e compatto (figuriamoci quando si tratterà del futuro capo dello Stato!); ci sono, più in generale, due prospettive che non collimano. Alcuni guardano di preferenza verso il centro moderato; altri vanno a braccetto con Conte. Per i primi, 5Stelle vanno mollati al loro destino; per gli altri, il nucleo del “nuovo Ulivo” è nei colori giallo-rossi, il resto sono minutaglie. Nel centrodestra le cose sono ancor più complicate. Finché Berlusconi sarà in campo come possibile candidato alla presidenza della Repubblica, una parvenza di unità verrà comunque esibita. Ma intanto, in Sicilia, Forza Italia si allea con Italia viva, lasciando intravedere nuovi possibili scenari, mentre fra Salvini e Meloni la competizione per la leadership rimane accesa.


Se poi si guarda dentro i partiti, nuove linee di divisioni appariranno. Fratelli d’Italia sembra l’unica formazione immune: tutto il resto è una polveriera pronta a esplodere. La Lega deve risolversi fra una linea-Giorgetti e una linea-Salvini: ancoraggio europeista o vocazione sovranista? Con Draghi o contro Draghi (appena si potrà)? In Forza Italia, la voce del trio ministeriale, Brunetta-Carfagna-Gelmini, è sempre più distinta da quella del resto del partito: per loro, il centrodestra va ridisegnato, restituendolo alla sua funzione riformista e liberale. Fra i 5Stelle, Conte ha parecchie gatte da pelare: la Raggi che gliel’ha giurata, Di Maio che aspetta sulla sponda del fiume, Grillo che ostenta distacco. L’alleanza con il Pd è l’asset strategico, ma non era certo nella carta d’identità originale del Movimento, e a ricordarlo ai peones grillini, pescando in malumori e disillusioni, ora ci pensa pure il prode Di Battista, tornato in tour. 

I democratici, infine, rincuorati dal risultato amministrativo, devono pure loro decidersi: dar manforte a un nuovo rassemblement centrista, o cercare di strozzarlo in culla? Per cosa lavorare: per una maggioranza Ursula con Forza Italia ma senza i 5Stelle, o per una rinnovata maggioranza giallorossa, che si allarghi al centro solo per quel tanto o poco che servirà?

Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Ma la situazione non è affatto eccellente, né è chiaro se il Paese possa permettersela. Beato il Paese che non ha bisogno di eroi, d’accordo. Ma davvero non abbiamo più bisogno di Draghi? 

Ultimo aggiornamento: 11:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA