MARIO DRAGHI

Draghi e il governo fino al 2023. Prodi si sfila: il Quirinale non è per me

Giovedì 20 Maggio 2021 di Alberto Gentili
Draghi e il governo fino al 2023. Prodi si sfila: il Colle non è per me

Il più «sorpreso» e «dispiaciuto» del “non possumus” scandito da Sergio Mattarella è Romano Prodi. Il Professore, l’eterno competitor nella corsa per il Quirinale clamorosamente pugnalato alle spalle nell’aprile 2013 dagli ormai famosi 101 franchi tiratori, mette a verbale: «Mattarella mi ha stupito molto, mi è sembrato profondamente sincero parlando agli studenti. A questo punto non resta che sperare che possa cambiare opinione, se il prossimo anno gli fosse chiesto da un larghissimo schieramento parlamentare di restare. Ma oggi, purtroppo, sono molto meno fiducioso di ieri». 

Prodi, al pari di gran parte dei leader politici, ritiene che una volta fuori dal campo Mattarella la scelta con ogni probabilità cadrà su Mario Draghi. L’ex presidente della Banca centrale europea (Bce) appare come un predestinato per l’ascesa al Colle. Il suo destino segnato. Tanto più che la maggioranza di governo che si è saldata attorno al suo nome, che va da Leu alla Lega, ha la forza per portarlo senza problemi al Quirinale. «Ma bisogna capire se il prossimo anno, a gennaio, Draghi vorrà continuare il suo lavoro di attuazione del Recovery plan. Secondo me è probabile...», chiosa il padre fondatore dell’Ulivo. E subito dopo, a sorpresa, si chiama fuori dalla Grande Partita del Quirinale: «Io un’alternativa? Ma va là. Io sono più vecchio di Mattarella e ho le stesse ragioni di Mattarella: non si assume una carica che dura sette anni quando se ne hanno 82 e mezzo che tendono agli 83. Lo ritengo un serio problema di coscienza. E poi fare il capo dello Stato non è il mio mestiere: a me piaceva fare il presidente del Consiglio, gestire il governo. Ho sempre avuto poca passione per le architetture istituzionali». Dunque? «Dunque speriamo che Mattarella ci ripensi, che le circostanze lo possano in qualche modo forzare. Altrimenti c’è Draghi ma, come le dicevo, non sono sicuro che non intenderà restare» a palazzo Chigi. 

L’intuizione di Prodi non è fondata sulla sabbia. Perché è vero, come si diceva, che Draghi ha già i numeri “sicuri” (ma in questa partita nulla è sicuro, come insegnano i precedenti) per salire al Quirinale. Tant’è che Matteo Salvini, con una gran voglia di andare a elezioni il prossimo anno per fermare l’ascesa di Giorgia Meloni, già l’ha candidato e ieri è tornato a farlo. Ma è altrettanto vero, come dice un esponente di governo amico del premier, che «Mario intende portare a termine il proprio lavoro: un’impresa storica, mettere in sicurezza il Paese. E poi, quel che sta facendo gli piace: se non gli metteranno troppi bastoni tra le ruote resterà dov’è».

Per quattro ragioni. La prima: l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da 248 miliardi, costola italiana del Recovery Plan, andrà avanti fino al 2026. La seconda: a gennaio del prossimo anno ci saranno da varare i decreti attuativi delle riforme approvate entro dicembre e la road map stabilita dalla Commissione Ue fissa stadi di avanzamento che andranno rispettati per incassare le rate di finanziamento. La terza: agli occhi delle cancellerie europee e dei mercati finanziari, l’ex presidente della Bce rappresenta la Garanzia (con la G maiuscola) che l’Italia rispetterà timing e impegni. La quarta ragione: nel caso di possibile “vittoria, non vittoria” delle destre alle elezioni dell’aprile 2023 - ed è una delle ragioni, oltre al timore di andare a votare il prossimo anno, per le quali il Pd e i 5Stelle spingono per la rielezione di Mattarella - la riconferma di Draghi a palazzo Chigi sarebbe probabile. Se non scontata. 

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Ecco perché cominciano a circolare altri nomi per la corsa quirinalizia. Il più quotato, anche se la Grande Partita resterà aperta e riserverà sorprese fino all’ultimo istante, è quello della ministra della Giustizia. Marta Cartabia gode dell’appoggio trasversale delle donne in Parlamento e dello stesso capo dello Stato: c’è chi dice che anche Mattarella preferisca Draghi a palazzo Chigi fino al 2023 per completare il Pnrr.

Si fa poi il nome della presidente del Senato Elisabetta Casellati (sostenuta dal centrodestra). Il casa Pd invece si parla di Enrico Letta, di Dario Franceschini e del commissario europeo Paolo Gentiloni. E mentre dai 5Stelle, ancora in stato comatoso, non arriva neppure uno spiffero («Conte serve al Movimento, non possiamo indicarlo per il Colle e altri nomi non ne abbiamo al momento», dice un esponente grillino di rango), Matteo Renzi ha già candidato Pier Ferdinando Casini, capace di intercettare voti in modo trasversale. I nomi della Lega? L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’ex presidente di palazzo Madama Marcello Pera (gradito anche a una parte di Forza Italia), l’ex magistrato Carlo Nordio. Forza Italia invece viene descritta lacerata in tre e c’è una parte che punta sull’eterno Gianni Letta, ormai metabolizzato da uno spicchio del centrosinistra. E un’altra su Silvio Berlusconi, quest’ultimo ancora indigesto a sinistra. 

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