«Il Mezzogiorno la vera priorità», la via del Colle per il Recovery Fund

Venerdì 25 Settembre 2020 di Mario Ajello

Ricorda la lezione di Francesco Cossiga il presidente Mattarella. E non Cossiga in senso lato ma si concentra su Cossiga come meridionalista. Della stessa scuola dell'attuale Capo dello Stato: il meridionalismo non piagnone. «Lo sviluppo secondo lui - spiega Mattarella a proposito del suo predecessore sardo - non si traduce in speranza civile se non si unisce alla capacità di risolvere i due grandi problemi della nostra vita nazionale: la disoccupazione e l'arretratezza delle aree meridionali». Una lezione valida per i tempi di Cossiga, e per quelli precedenti in cui fu fatta l'Italia, e tuttora tutt'altro che inattuale. Parole che infatti Mattarella giudica «lungimiranti. Sono quelle di un italiano che ha servito il Paese con tutta la forza di cui è stato capace e del quale oggi, a dieci anni dalla scomparsa, onoriamo la memoria». E così Mattarella va dritto al punto. Sottolinea una priorità e questa priorità si chiama Sud. Quello a cui si deve o si dovrebbe, inevitabilmente, la forza del nostro Paese. Come sanno bene i patrioti veri, come lo fu Giuseppe Mazzini: «L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà», diceva quel grande personaggio del nostro Risorgimento.

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Cossiga è stato un difensore del Sud. E Mattarella in questo solco di meridionalismo riformista e non banalmente rivendicazionista o declamatorio, che può annoverare anche prima dell'ex Capo dello Stato grandi personaggi (do you remember Giustino Fortunato?), è pienamente inserito da tanto tempo. Ma ha un significato di piena attualità il passaggio del discorso del presidente a Sassari a proposito del Sud. Mai Mattarella andrebbe a inserirsi nelle cose del governo, nelle decisioni dell'esecutivo, nell'indirizzo politico di Palazzo Chigi, perché conosce bene le prerogative e gli ambiti descritti dalla Costituzione, ma la sua insistenza continua e ribadita ieri sul Sud si può leggere anche come una sorta di sollecitazione o come una moral suasion del Colle verso il potere governativo che in questa fase deve decidere come usare i soldi del Recovery Fund. E non può che usarli con una particolare attenzione allo sviluppo meridionale, alle spinta che questa parte del Paese deve darsi e deve essere sostenuto a darsi per riequilibrare le diseguaglianze, per non restare penalizzato. Perché l'Italia senza Mezzogiorno è una nazione azzoppata. Come il miglior meridionalismo, di cui Mattarella fa parte, ha sempre detto. Ma evidentemente non è stato ascoltato. Dunque occorre insistere di più e con maggiore convinzione. La Ue sta cercando di fare il suo, destinando circa il 37 per cento delle risorse del Recovery Fund al Mezzogiorno.

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La via del Colle per il Recovery è dunque un percorso ad alto tasso di meridionalismo, ovviamente nel quadro di quella coesione nazionale e di quell'interesse generale di cui il presidente è garante. La partita dei fondi Ue del resto è quella in cui si condensa il nocciolo della questione futuro. Di cui fa parte, in posizione strategica, il ruolo della Capitale. E dopo molte pressioni, a cominciare da quella della campagna del Messaggero, nel documento della Commissione Bilancio sulla destinazione di questi finanziamenti europei è entrata Roma.
E insomma, non da oggi Mattarella insiste per un riequilibrio del Paese, che deve concretizzarsi in occasioni di crescita del Mezzogiorno non in chiave di assistenza ma di reale modernizzazione. Investimenti produttivi, ecco. E qui c'è la lezione che si potrebbe definire familiare. Ossia c'è don Sturzo. Il padre di Sergio Mattarella, Bernardo, fu una delle figure più vicine al politico di Caltagirone e alla sua concezione di meridionalismo delle opportunità e non delle mance, della visione nazionale e non del saccheggio delle casse pubbliche a favore di potentati locali e di clientelismi ultra-tradizionali. La sintetica chiarezza della posizione espressa ieri dal Capo dello Stato fa dunque ben sperare, e speriamo.
 

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