Con la miccia giudiziaria salta il banco

di Carlo Nordio

Le contemporanee vicende del sottosegretario Siri, al quale il ministro Toninelli ha revocato le deleghe, e della sindaca di Roma Raggi, della quale la Lega ha chiesto le dimissioni dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni, esprimono una dolorosa consuetudine e una significativa novità.

La consuetudine risiede nella tentazione, da tempo diventata consolidata strategia, di servirsi delle indagini giudiziarie per eliminare l’avversario che non si riesce a sconfiggere, o a estromettere, con i fisiologici strumenti del dibattito e della critica. Di questo uso improprio della giustizia parliamo ormai da anni.

Eppure nessuno sembra svincolarsi da questa malsana perversione che denunzia, da un lato, la debolezza della stessa politica e dall'altro l'oggettiva sovraesposizione della magistratura, che fa certamente nulla di più e nulla di meno del suo dovere, ma che si trova a rivestire il ruolo di arbitra degli insanabili conflitti tra i partiti o addirittura tra le loro correnti.

Incidentalmente aggiungerò che questa gravosa e ingrata funzione non può non condizionare la serenità degli stessi magistrati, ormai consapevoli che ogni loro provvedimento, anche quello più anodìno o addirittura dovuto, come l'iscrizione nel registro degli indagati, scatena le lotte più aspre. E riaccende polemiche mai del tutto sopite.

Si può convenire che ci sono indagati e indagati, e che l'informazione di garanzia non ha una valenza sempre uguale: una cosa è un abuso d' ufficio, che ormai grava su quasi tutti i pubblici amministratori e anche su un numero vieppiù crescente di giudici; altra cosa è un analogo avviso per corruzione, concussione o associazione mafiosa.

Ma si deve ammettere che, a parte la violazione della presunzione di innocenza costituzionalmente garantita, di queste indagini è stato fatto, e si sta facendo, un uso così spregiudicato da ridurre la discussione sui contenuti programmatici a un livello subalterno e quasi irrilevante: in altre parole le forze contrapposte sembrano attendere in agguato l'occasione opportuna per fiaccare l'avversario valendosi degli atti giudiziari e della loro sapiente e pilotata divulgazione. È la consueta storiella churchilliana, più volta citata, della speranza che il coccodrillo mangi il nemico, senza capire che, alla fine, il coccodrillo mangerà anche te.

Questo imbarbarimento, di cui sono vittime sia la giustizia sia la politica, continua dai tempi di Mani Pulite, e non sembra attenuarsi; al contrario, riesplode con ciclica intensità soprattutto in prossimità elettorali. Esso costituisce un ritorno a un primitivo duello alla clava, quando la complessità dei problemi incombenti sul Paese richiederebbe l'impiego di strumenti critici intelligenti e costruttivi. Ma fin qui restiamo, come abbiamo detto sopra, nella consuetudine.

Qual è la significativa novità? È che in questo governo costruito su basi pattizie, tali armi grossolane erano state usate, nei confronti del socio ingombrante, in modo limitato e indolore. Nelle varie vicende giudiziarie che hanno coinvolto un po' tutti, dalla Raggi a Salvini, avevamo visto, da entrambe le parti, un atteggiamento prudente e attendista, perché la Lega e i pentastellati pur esprimendosi talvolta con ammiccante cautela talaltra con malizia insidiosa, si erano comunque limitati a rimbrotti sterili e a polemiche verbali, conclusesi con accordi di maniera.

Ora invece il ministro Toninelli, revocando le deleghe a Siri, è intervenuto con un pesantissimo provvedimento politico che non può essere diplomaticamente ingoiato dalla controparte; la quale per ora ha reagito chiedendo le dimissioni della Raggi, ma nei prossimi giorni dovrà pretendere un chiarimento formale, salvo perdere credibilità nei confronti del suo già dubbioso e sconcertato corpo elettorale. Se a questo si sia arrivati per un eccesso di incontenibile emotività moralistica o per preordinato disegno da parte dei grillini è difficile dire. Ma se la coerenza politica ha ancora un significato, questa lacerante ferita può esser sanata solo con uno straordinario sforzo di buona volontà. Oppure può non risanarsi affatto, e preludere alla risoluzione del contratto come si dice in giuridichese per sopravvenuta impossibilità di realizzarne lo scopo.
Venerdì 19 Aprile 2019, 08:00
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3 di 3 commenti presenti
2019-04-19 20:28:17
cari amici anti magistratura, dato che siamo quasi ogni mese coinvolti in una competizione elettorale, converrebbe , a questo punto, mettere in aspettativa i giudici fino ad un eventuale colpo di Stato. Questo è il prezzo della DEMOCRAZIA e chi è nel sistema se dotato di moralità assoluta è difficile che venga coinvolto in scandali . La moglie di Cesare deve essre al di sopra di ogni sospetto. Scrivere, poi, nel registro degli indagati, significa dare ai coinvolti, sempre presunti innocenti , la possibilità di potersi difendere e controbattere. Attendere le conclusioni di una indagine non è igienicamente sano per il sistema nella sua globalità.
2019-04-19 16:25:02
Ma la magistratura non fare bene ad indagaare prima di scrivere qualcuno nel Registro degli indagati? Troppo spesso leggiamo sui giornali: rinviati a giudizio, Tizio, Caio e Sempronio, e il fatto non sussiste qualche mese dopo!
2019-04-19 10:21:29
" magistratura, che fa certamente nulla di più e nulla di meno del suo dovere" sarà pur vero , ma di certo è dotata di un metronomo di straordinaria partecipazione ed efficacia!

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