La svolta rosa del Parlamento: mai così tante donne nella storia della Repubblica

Giovedì 8 Marzo 2018 di Marco Esposito
L'otto marzo può essere festeggiato con il record storico della presenza di donne in Parlamento: sfondata quota cento elette al Senato (saranno 108 su 315, 22 in più) e sfondata quota duecento alla Camera (217 deputate su 630, 19 in più). In termini percentuali in entrambi i rami del Parlamento la quota raggiunta è il 34%. Un passo avanti rispetto al 2013 e un enorme passo avanti rispetto al valore minimo del 2,8% toccato alla Camera cinquant'anni fa nel 1968. Paradossalmente l'anno che segnò la liberazione della donna.

In totale sono 325 parlamentari donne, cui si aggiungono le senatrici a vita Liliana Segre ed Elena Cattaneo. Con il 34% di presenza femminile l'Italia si colloca a metà strada tra Francia (38%, in rialzo con Emmanuel Macron) e Germania (31%, in calo con l'ultima vittoria di Angela Merkel).

Ma il risultato poteva essere ben più alto, oltre il 40%, se ci fosse stata una applicazione neutrale delle regole a tutela della parità di genere. Il sistema elettorale consentiva un'ampia presenza femminile per la quota di genere, perché si indica un minimo di rappresentanza per gli uomini come per le donne del 40% sia nei collegi uninominali - dove ha vinto chi ha preso un voto in più - sia nelle posizioni di capolista dei listini bloccati, dove c'è la possibilità di essere eletti se il partito supera lo sbarramento del 3% nazionale, con la certezza di farcela se il partito raggiunge almeno il 25%. La seconda regola del sistema elettorale prevede l'alternanza di genere nei listini. Tuttavia una terza regola - e cioè la possibilità di candidare la medesima persona in più posti, fino a un massimo di sei - è stata utilizzata da alcuni partiti per favorire l'elezione di candidati maschi.
 
Il caso di maggiore impatto è quello di Maria Elena Boschi. Candidata nel collegio di Bolzano per il centrosinistra, ha rispettato le previsioni ed è stata eletta. Ma la Boschi era anche capolista del Pd in cinque collegi plurinominali (uno in Lombardia, uno nel Lazio e tre in Sicilia) e visto che il Partito democratico ha eletto quasi tutti i capilista, la Boschi ha per cinque volte ceduto il posto al secondo nome in lista, il quale per la regola dell'alternanza in tutti e cinque i casi è un maschio. Situazione analoga per un'altra Elena, Lucchini, la quale è stata candidata ed eletta per il centrodestra nel collegio della Camera di Vigevano, ma è stata anche capolista per la Lega in tre listini plurinominali del Piemonte e uno in Lombardia, regalando quindi il suo posto ad altrettanti deputati leghisti uomini.

Nella Lega c'è stato anche il caso opposto, con Matteo Salvini che al Senato ha evitato le sfide dirette nel collegio ma si è candidato capolista in quattro listini, uno in Lombardia, uno in Liguria, uno nel Lazio e uno al Sud, in Calabria. In base alla regola un po' bizzarra secondo la quale l'elezione scatta nel posto dove il partito è andato peggio, Salvini risulta eletto in Calabria, ma almeno ha favorito l'elezione di tre senatrici.

Un'altra candidatura ammazza-donne è stata quella di Giorgia Meloni, eletta alla Camera nel collegio uninominale di Latina, ha garantito l'elezione a deputati maschi di Fratelli d'Italia in tre listini del Lazio e uno in Lombardia. Ma lei è leader di partito ed è normale che voglia far pesare il proprio ruolo candidandosi in più posti. Così come aveva un chiaro significato in difesa delle donne la candidatura di Lucia Annibali, simbolo della battaglia contro la violenza di genere per essere stata sfregiata dall'acido, eletta per il Partito democratico due volte in Piemonte e due volte in Veneto: tuttavia in tale modo ha garantito l'elezione a tre uomini che la seguivano in lista in base alla regola dell'alternanza. Situazione analoga al Senato con Giulia Bongiorni che ha favorito l'elezione di tre uomini della Lega, così come Licia Ronzulli per Forza Italia. Nessun caso di tale tipologia si è verificato tra i Cinque Stelle perché il massimo consentito per le norme interne era la candidatura in un collegio uninominale e in un listino, in territori che dovevano coincidere con quello di residenza o di domicilio.

Un'altra regola del Rosatellum che ha avuto scarso impatto al Senato è quella del minimo di genere del 40% per i capilista. Mentre alla Camera la medesima regola valeva su scala nazionale, al Senato il 40% andava applicato regione per regione, cioè almeno il 40% dei posti di capilista doveva andare alle donne, arrotondando all'unità più vicina. Ma in dieci regioni e cioè in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli, Liguria, Marche, Molise, Sardegna, Trentino e Umbria i collegi plurinominali erano soltanto uno per tutta la regione. Per cui in quelle regioni ci sono state pochissime donne candidate e quindi elette nei listini proporzionali del Senato. Il perché? Il 40% di 1 fa 0,40 che si arrotonda a zero. E la quota rosa è svanita. © RIPRODUZIONE RISERVATA