Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

ENRICO LETTA

Pd-Azione, obiettivo 37% per pareggiare al Senato. Con Calenda il centrosinistra recupera sedici collegi

Mercoledì 3 Agosto 2022 di Francesco Malfetano
Pd-Azione, obiettivo 37% per pareggiare al Senato. Con Calenda il centrosinistra recupera sedici collegi

«Ora il pre-partita è finito». A coalizioni (quasi) definite, è Carlo Calenda a lanciare ufficialmente la campagna elettorale del fronte di centrosinistra. E soprattutto a farlo ribadendo più volte di poter dire la propria. «Niente è scritto». Il convincimento al Nazareno, così come tra le file di Azione/+Europa, è infatti che strappando i collegi giusti al centrodestra si possa arrivare «se non a vincere, quantomeno a vanificare la vittoria degli altri» spiega una fonte dem. E cioè ad imporre il Partito democratico come prima formazione politica a discapito di Fratelli d’Italia e, soprattutto, ad impedire che il centrodestra ottenga la maggioranza assoluta sia a Montecitorio che a palazzo Madama. Un obiettivo che, per quanto riguarda il Senato, non appare così irraggiungibile. Per farlo, si ragiona, «può essere sufficiente crescere del 3-4%» a livello nazionale rispetto ai sondaggi attuali. E cioè, in base alle ultime proiezioni di Quorum/YouTrend per Sky TG24, toccare il 37%. Come? La base di partenza sono i 16 collegi (12 alla Camera e 4 al Senato) portati “in dote” da Calenda. Un tesoretto su cui, stando ad analisti e sondaggisti, senza l’intesa maturata ieri il Pd non avrebbe potuto contare. 

Del resto è questo il motivo per cui Enrico Letta ha tenuto i nervi saldi nella trattativa con l’ex ministro del Mise, mostrandosi determinato a raggiungere un accordo che numericamente è considerabile svantaggioso per i dem. L’intesa sul “70-30” ai collegi uninominali raggiunta ieri infatti - a grandi linee - si stima che con circa 35-40 seggi al centrosinistra, ne assegnerà 10-15 ad Azione/+Europa. Un bel bottino per un partito che ad oggi si aggira attorno al 5-7%. Ma questa era l’unica strategia possibile che il Nazareno aveva tra le mani per non consegnare il Paese direttamente in mano al centrodestra.  

Ci sono poi tutta una serie di ragionamenti che vengono sciorinati all’interno della coalizione. In primis l’asse con Calenda è determinante perché ora, in assenza di un terzo polo, si può giocare la carta del «Noi contro loro». In secondo luogo: «Siamo così sicuri che Giorgia Meloni è così forte da Roma in su?». L’idea infatti è che la leader di FdI deve ancora “testarsi” alle urne e quindi potrebbe esserci qualche sorprese. Infine, i sondaggi disponibili oggi non vengono ritenuti affidabili «come in passato». A seguito della riduzione dei seggi in Parlamento infatti, i collegi sono stati rideterminati. E quindi oggi le stime vengono elaborate «solo sommando» le circoscrizioni. Ma in politica, specie all’alba di una campagna elettorale e con una soglia di indecisi astenuti che sfiora il 40%, potrebbe non essere affatto così semplice. 

In ogni caso non si può non prendere per buone le simulazioni disponibili - nel grafico quella dell’Istituto Cattaneo - che mostrano come la partita si giochi fondamentalmente in 46 collegi uninominali (17 al Senato e 29 alla Camera), in cui basta un voto in più per spuntarla. 

Qui i nomi dei candidati e le intese diventano determinanti. Soprattutto per indirizzare quegli elettori che nel 2018 hanno fatto stravincere il M5S e che ora, in oltre il 60% dei casi secondo l’Istituto Cattaneo, non è più disponibile a votarli. Per il Senato quindi occhi puntati quindi sull’intera Sardegna, il V Municipio di Roma, le circoscrizioni campane più piccole (Salerno, Acerra e Torre del Greco), Rossano in Calabria e Potenza in Basilicata, e poi Palermo-Settecannoli. Tutte aree “orfane” del consenso di protesta grillino del 2018. Ma anche i collegi toscani (Arezzo e Prato), Trento e Bolzano, Liguria-La Spezia, Ravenna e Rimini, e infine Bari e Ancona. Intere porzioni di Italia che Democratici e Progressisti hanno tutta l’intenzione di andare a prendersi.

Ultimo aggiornamento: 11:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA