Quirinale: leader, consiglieri e peones nessuno si fida di nessuno

Martedì 18 Gennaio 2022 di Massimo Adinolfi
Quirinale: leader, consiglieri e peones nessuno si fida di nessuno

È l'ora di Bruto, o di Cassio? L'ora in cui, grazie al segreto dell'urna, torneranno ad aleggiare i fantasmi di tutti i franchi tiratori della storia, di vecchie e nuove congiure, di patti traditi e accordi infranti? Chi può davvero fidarsi? Chi è sicuro di chi, o di cosa? È l'ora delle diffidenze reciproche, delle promesse e dei tradimenti, dei nomi bruciati e delle ambizioni deluse?
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Silvio Berlusconi non si è ancora esposto: non del tutto. Deve sciogliere una riserva, e deve farlo quasi al buio: può contare su tutti i voti di Forza Italia? Forse, ma forse anche no. Di malumori ce ne sono di sicuro anche nelle file del suo partito. E sugli altri voti del centrodestra: Berlusconi può contare sul serio? Il vertice dell'altro giorno doveva servire a garantire compattezza e lealtà della coalizione sul nome del Cavaliere, ma un minuto dopo la sua fine, e l'ultima delle dichiarazioni ufficiali, i ragionamenti hanno preso un'altra piega: converrà andare al muro contro muro? Non siamo mai stati così vicini all'elezione di un presidente della repubblica espressione del centrodestra: siamo sicuri che la carta giusta sia Berlusconi? Non rischiamo di rimanere col cerino in mano? Non ci sono altri nomi meno ingombranti, da proporre? Salvini aggiunge a queste domande un altro dubbio, grande quanto una casa: ma non mi converrà mettere da parte Berlusconi e provare a costruire io, da capo della coalizione, il patto con gli altri partiti della maggioranza?

La diffidenza è ricambiata: come Berlusconi non può essere sicuro di Salvini, così Salvini e Meloni non possono esser sicuri che Berlusconi andrà sino in fondo. E se la sua candidatura fosse solo lo strumento attraverso il quale il Cavaliere ha cercato di recuperare centralità politica, riservandosi all'ultimo momento di farsi da parte, per essere lui a suggerire la scelta del successore di Mattarella? Lo pescherà lui tra i suoi: Gianni Letta, per esempio, o la presidente Casellati? Oppure punterà in seconda battuta su Giuliano Amato, o sullo stesso Draghi, lasciando così Salvini e il centrodestra con un pugno di mosche? Ma poi: siamo sicuri che se ne stiano tutti buoni in attesa delle mosse di Silvio? Sicuri che Gianni Letta, con i suoi appelli bipartisan, non stia lavorando per sé? Qualcuno lo sussurra, rischiando addirittura la lesa maestà.

Ovvio: dove più è alta la probabilità di accaparrarsi il risultato, più densa è la coltre di dubbi e di incertezze. Ma non è che nel centrosinistra siano messi meglio. Anzi. Facile dire tutti insieme un bel no a Berlusconi. Fin lì ci arriva sia la sinistra del partito che il centro. Ma quanti sono disposti a seguire il segretario Letta, quando dovrà esporsi con una iniziativa politica forte, per superare l'impasse? Letta sembra puntare su Draghi, ma sa bene che la cosa non convince tanti dei suoi: perché non tenere Draghi a palazzo Chigi? O ancora: perché rischiare l'osso del collo della legislatura? Oppure: perché farsi commissariare da Draghi, dal palazzo del Quirinale? O piuttosto: perché esporre Draghi all'impallinamento, rischiando di perderlo anche al governo? Nel partito democratico, la sinistra certo non muore dalla voglia di eleggere l'ex governatore, e qualche perplessità serpeggia anche tra quelli che lavorano per conto terzi, e aspettano che si consumino le prime votazioni per far avanzare i candidati finora coperti: si tratti di Franceschini, o di Casini, o di Amato.

Insomma ci si può sbizzarrire, un principio d'ordine non è stato finora trovato, né c'è un modo perché tutti si sentano garantiti: l'elezione del presidente della Repubblica ha sempre vincitori e sconfitti. E, di regola, la linea di divisione attraversa i partiti. Prendete il Movimento Cinque Stelle, il gruppo parlamentare più numeroso, sarebbe naturale pensare anche quello decisivo: tutti i giochi passano per i Cinque Stelle, allora? Per niente affatto. Conte non ha potuto fare un nome che è uno, né formulare una proposta di metodo, o almeno un'agenda di lavoro. È già tanto se gli riesce di non farsi scavalcare da Di Maio. Il quale parlotta un po' con tutti e tiene i suoi contatti con le altre forze infischiandosene, in pratica, di quel che dice o fa il presidente Conte. L'uno non si fida dell'altro: e vorrei pure vedere, visto che hanno interessi opposti. Di Maio ha interesse a mostrare che Conte non è all'altezza del compito, Conte a marginalizzare Di Maio. Una partita nella partita, che non si chiuderà col voto del 24 gennaio.

Se questa è la situazione, come dar retta a chi promette voti, individuali o di gruppo? Dove porterà Renzi i suoi? Di sicuro, non c'è al momento chi sia disposto a fidarsi fino in fondo del Fiorentino. Che è veloce e brillante nell'esecuzione dei suoi disegni, ma anche spinto a muoversi da un'elementare esigenza di sopravvivenza politica. Quindi: va' a sapere. Va' a sapere cosa faranno quelli del gruppo misto, e i cani sciolti, e tutti quelli che in Parlamento non torneranno. E allora via: liberi tutti.

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Dopodiché abbiate fiducia almeno in questo: un presidente verrà eletto. Ed è possibile persino che proprio i sospetti e le titubanze spingeranno gli attori politici ad acconciarsi a una qualche soluzione. Anzi, di solito funziona così: vince il «second best». La soluzione ottimale non passa, per veti e diffidenze reciproche, ma qualcosa salta pur sempre fuori, a spese delle primissime scelte. E di qualche segretario o presidente, che si leccherà amaramente le ferite.

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