ENRICO LETTA

Quirinale, ora i leader hanno fretta: «Il nome in settimana»

Mercoledì 26 Gennaio 2022 di Marco Conti
Quirinale, ora i leader hanno fretta: «Il nome in settimana»

La corsa di tutti i leader nella ruota dei criceti continuerà anche oggi. Così come la caccia ad una strategia che non c’è, se non quella della riduzione del danno che potrebbe provocare l’elezione a maggioranza del nuovo Capo dello Stato. Tra veti, terne che sfioriscono prima di essere annunciate e carte coperte o quasi, si va a caccia di quei punti fermi che potrebbero portare ad una svolta. Il più importante riguarda i tempi. Enrico Letta e Matteo Salvini hanno detto ieri, in occasioni diverse, che «sperano di chiudere in settimana» anche perché «l’Italia non ha tempo da perdere», ricorda Giuseppe Conte

 

Ma la proposta che rivolge il segretario del Pd a tutte le forze politiche, «chiudiamoci in una stanza e buttiamo via la chiave fino a quando non troviamo una soluzione», dà la misura dei rischi che corrono i partiti e le rispettive leadership. Tirarla per le lunghe, pensare di poter andare ad oltranza con le votazioni, in stile ‘92, viene ritenuto impraticabile se non molto rischioso per un parlamento balcanizzato e in-governato. È quindi opportuno per molti che i tre giorni di inutili votazioni si concludano oggi perché veti, penultimatum e vertici carbonari avvengono mentre fuori dal Palazzo di Montecitorio corre ancora l’emergenza sanitaria, lo spread sale insieme alle bollette della luce, le borse affondano e, soprattutto, crescono i rischi di un scontro armato in Ucraina.

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Il “conclave” proposto da Letta potrebbe essere una soluzione se non finisce come a Viterbo, con il tetto scoperchiato e i grandi elettori al freddo e senza cibo. Ma lo stallo accresce la paura del parlamentare-peones che la fretta possa portare all’elezione di un presidente della Repubblica a maggioranza spalancando le porte al caos e al voto anticipato. «Rischiamo di perdere Draghi e Mattarella e sarebbe l’esito peggiore per il Paese», spiega un accorato Bruno Tabacci. Per certi versi lo sarebbe anche per Letta e Salvini. Il segretario dem è riuscito sinora a preservare la “carta-Draghi” lasciando che si consumino i tanti nomi che fioriscono nel giardino del centrodestra e che ogni tanto “invogliano” l’alleato pentastellato che, pur di non votare Draghi, potrebbe sostenere anche Elisabetta Casellati. Nel partito c’è chi è convinto che si possa convincere Mattarella ad un “bis”. Letta ne dubita, continua a non escludere l’opzione, ma è pronto a concordare con il centrosinistra vecchia maniera, quindi incluso Matteo Renzi, una candidatura alternativa qualora il centrodestra dovesse rifiutare la proposta del “conclave” e tentare domani la prova di forza con il nome della Casellati. Uno scontro che potrebbe portare ad un solo vincitore, e alla conseguente caduta del governo, o ufficializzare con un nulla di fatto che nessuno dei due blocchi ha i numeri. La telefonata quotidiana di Salvini a Draghi, anche ieri i due si sono sentiti, è però la conferma che anche il leader della Lega non può permettersi di perdere Draghi. A meno che Salvini non ritenga che sia venuto il momento di regolare i conti con quel Nord produttivo che solo un anno fa lo spinse a impedire la nascita del Conte-ter e ad entrare al governo. L’amarezza che traspira da Palazzo Chigi in queste ore non è però dovuta alle schede bianche, quanto al dibattito tutto autoreferenziale che finisce con il coinvolgere il presidente del Consiglio in una surreale divisione tra chi lo esalta per lasciarlo al governo e chi lo attacca promuovendolo a Capo dello Stato.

L’iniziativa che i partiti hanno chiesto al premier difficilmente andrà oltre le telefonate fatte ieri l’altro nelle quali ha ricordato in sostanza i motivi che un anno fa hanno spinto i partiti ad invocarlo. Manca ancora la telefonata a Silvio Berlusconi, che è al San Raffaele, ma il segretario del Pd sa che non si può chiedere al premier mano libera sul governo che verrà, come invece pensa Salvini e spera Conte. La rivolta dei 5S contro Conte, che flirta con Salvini, non sorprende. Conferma però la debolezza non solo del M5S che vorrebbe riprendersi “la palla” che Draghi - sostengono - gli ha sottratto ma di tutti i partiti che al tempo stesso temono la fine della legislatura e la reazione dello stesso premier. Il quale potrebbe ringraziare e salutare. 

Ultimo aggiornamento: 19:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA