Recovery fund, per l'Italia altri 100 miliardi dalla Ue

Venerdì 11 Settembre 2020 di Nando Santonastaso

Non solo i 191,3 miliardi di euro del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, che l'Italia dovrà dettagliare all'Ue attraverso un apposito Piano nazionale di cui ieri sono state rese note le Linee guida e la cui approvazione avverrà tra gennaio e aprile 2021, per poter spendere subito il 10% della somma totale. E non solo i 17,5 miliardi del Fondo Next generation EU, di cui 15,1 miliardi per il solo fondo Coesione che interessa da vicino soprattutto il Mezzogiorno. Ai 209 miliardi complessivi del cosiddetto Recovery Fund (Dispositivo più Next generation) l'Italia può aggiungere risorse per altri 100 miliardi di euro per implementare gli obiettivi di crescita e sviluppo post pandemia. Ne parla ieri in audizione alle Commissioni Bilancio e Tesoro di Camera e Senato il ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola nella sua veste di coordinatore del Ciae, il Comitato interministeriale per gli affari europei, insediato a fine luglio dal premier Conte dopo il via libera al Recovery Fund e da allora pienamente operativo. Si tratta dei fondi del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 che permettono al nostro Paese «importanti rientri sul prossimo bilancio europeo»: e cioè, 13,2 miliardi di euro dal capitolo Mercato unico, Innovazione e digitale; 44,2 miliardi da Coesione, Resilienza e Valori; 35 miliardi da Risorse naturali e ambiente; 2,8 miliardi da Migrazione e gestione delle frontiere; e infine 1,6 miliardi dal capitolo Sicurezza e Difesa.

Altri 100 miliardi, dunque, che non sono legati all'emergenza prodotta dal Covid-19 ma potenzialmente disponibili, come spiega lo stesso Amendola, «a finanziare i progetti che non saranno finanziati dal Piano nazionale per la ripresa e la resilienza». Ma, avverte, «anche per questi fondi occorrerà uno sforzo senza precedenti per non sprecare l'occasione di una ripresa necessaria dopo le gravi conseguenze della pandemia».

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La possibilità dunque di una sorta di ripescaggio delle proposte che non faranno parte della prima tranche di finanziamenti del Recovery Fund appare concreta, fatte salve però tutte le incognite di natura procedurale e politica che di solito non mancano mai in queste circostanze. Amendola, con l'abituale concretezza, respinge al mittente non solo i sospetti di ritardi e indecisioni nella complessa fase preparatoria del Recovery plan italiano, citando con minuzia quasi notarile tutte le tappe di questo complesso lavoro, ma anche l'idea di una specie di assalto alla diligenza da parte dei singoli ministeri, in stile Finanziaria degli anni passati. «Non si è trattato di uno svuotamento di cassetti ma di un intenso lavoro di individuazione di progetti rivolti al futuro: alle transizioni verde e digitali e alla promozione dell'inclusione sociale dopo le rilevanti conseguenze della pandemia Covid-19», dice ai Commissari in Parlamento.

Di sicuro non sarà agevole scegliere o armonizzare i 600 progetti che sarebbero già stati presentati. Il ministro ricorda intanto che il lavoro del Ciae coinvolge i rappresentanti di Regioni, Province e Comuni, e che spetterà comunque al Parlamento l'azione di modifica e indirizzo. Ma ribadisce soprattutto che i tempi sono ristretti dal momento che entro il 15 ottobre la Commissione europea attende la presentazione non solo delle linee guida con le priorità ma anche con i primi progetti veri e propri. «In questa fase dice Amendola la consultazione resta informale poiché non vi è ancora la base giuridica consolidata che riguarda il Regolamento sul Dispositivo di ripresa e resilienza attualmente in corso di negoziato». Quest'ultimo dovrebbe concludersi entro dicembre quando è prevista la sua adozione da parte del Consiglio Ue e la successiva pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale europea, per essere in vigore da gennaio 2021.

In ogni caso, a un mese dalla scadenza di ottobre, il ministro è ottimista perché la Commissione già a luglio ha dato una robusta accelerata sul piano operativo, imponendo a tutte le capitali un cronoprogramma ferreo. «Ad esempio già sappiamo che il tema del cosiddetto vincolo verde avrà un'attenzione particolare da parte della Commissione sia perché le misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza dovranno contribuire per il 37% agli obiettivi verdi sia perché verranno respinte sempre dalla Commissione misure o riforme dannose dal punto di vista ambientale», spiega Amendola. Che parla di stato avanzato a proposito del primo pacchetto di attività, allo scopo di avviare un dialogo di sostanza e non formale con il Parlamento. «Il prossimo passo sarà di entrare in una fase ancor più operativa. L'obiettivo non è quello di presentare un catalogo di spese ma azioni mirate e dirette al rilancio del Paese, per eliminare i colli di bottiglia che frenano la crescita e avere un impatto positivo in termini di Pil e di creazione di posti di lavoro».
 


Di sicuro l'impiego integrale delle risorse del Recovery Fund e del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (oltre 300 miliardi di euro, come detto al netto dei co-finanziamenti nazionali) permetterebbe all'Italia di cambiare la sua posizione di contributore netto dell'Ue. In altre parole, l'utilizzo di finanziamenti aggiuntivi e non sostitutivi delle risorse nazionali che il governo dovrà comunque mettere in campo aprirebbe al nostro Paese uno scenario finora inedito tra i partner europei, oltre che decisivo per far ripartire la crescita e trasformarla finalmente in sviluppo. Per questo il ministro degli Affari europei insiste sul tema della spesa pubblica di qualità, fattore determinante auspica della ripresa economica «con una positiva ricaduta anche su riequilibrio die conti pubblici». E, soprattutto, con uno sguardo tutt'altro che di facciata alle giovani generazioni sulle quali incombe il peso di un debito che l'emergenza di questi mesi ha ulteriormente allargato.

Ultimo aggiornamento: 19:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA