Recovery Plan, il piano della Svimez: «Con la metà dei fondi Ue al Sud, l'Italia cresce di più»

Mercoledì 9 Settembre 2020 di Nando Santonastaso

Investire i fondi europei del Recovery Plan ben oltre il 34% nel Mezzogiorno conviene anche al Nord. E non si tratta di uno scenario da meridionali sempre più ingordi di risorse pubbliche, come da qualche parte si continua a ritenere. Quella percentuale, ormai diventata legge, serve infatti solo ed esclusivamente a ripartire la spesa ordinaria annuale per investimenti dei ministeri ma non deve essere applicata «per forza» anche ai finanziamenti straordinari, e dunque aggiuntivi, come quelli in arrivo dall'Ue all'Italia per circa 209 miliardi di euro. «Anzi, a voler rispettare alla lettera i parametri della politica di coesione, bisognerebbe arrivare all'80% al Sud, come avviene già per l'utilizzo del Fondo nazionale di sviluppo e coesione, nato per ridurre il divario», puntualizza Adriano Giannola, presidente della Svimez.

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Bene ha fatto, dunque, ieri proprio la Svimez - in audizione con il direttore Luca Bianchi alla Commissione Bilancio della Camera - a offrire alla politica quest'ulteriore stimolo di riflessione, presentando tra i possibili ma inevitabili scenari di investimenti nel Mezzogiorno, attraverso il Recovery Fund, anche quello con la dotazione più robusta ma, a conti fatti, il più logico e opportuno per le ricadute stimate anche sul sistema Paese. Destinare infatti al Sud la metà dei 77 miliardi di euro di contributi Ue di sovvenzione netta, che non dovranno cioè essere coperti da un aumento di tasse o da riduzioni di spesa, produrrebbe nell'area un incremento del 5,74% del Pil reale e dell'1,82% di produttività, mentre la ricaduta sulla media del Pil Italia sarebbe del 4,32% e dell'1,33% in termini di produttività. Se invece venisse applicato un riparto secondo la clausola del 34%, la media Italia sia in termini di Pil (4,38%) sia di produttività (1,29%) sarebbe praticamente la stessa ma diminuirebbe la spinta per il Mezzogiorno: la simulazione statistica di Svimez calcola infatti una crescita del 5,53% e soprattutto solo l'1,58% in più di produttività. Peggio, molto peggio andrebbe se venisse utilizzato ancora il parametro della spesa storica contro il quale è nata la clausola del 34%: non ci guadagnerebbe molto né il Sud (+2,75% di Pil e appena +0,50% di produttività), né l'Italia (+3,99% di crescita e +1,15% di produttività).

A ben guardare, però, nelle cifre indicate ieri dall'Associazione, frutto di un modello matematico da anni affidabile, a sorridere sarebbe solo il Centro-Nord con un aumento del Pil del 4,36% e di produttività dell'1,34%, a riprova del fatto che insistere sulla spesa storica aumenterebbe anziché ridurre il gap con il Mezzogiorno. Le due percentuali infatti sono ampiamente superiori a quelle dei due scenari per così dire alternativi, la destinazione cioè del 34% o del 50% del Recovery Fund al Sud.
 


«Questo non vuol dire affatto togliere risorse al Nord dice ancora Giannola ma al contrario fare del Mezzogiorno il secondo, indispensabile motore del Paese perché la diminuzione dei tassi di crescita delle regioni più ricche del Nord, come si è dimostrato, impone la perequazione delle risorse come premessa di un progetto di sviluppo di tutto il Paese». Oltre tutto, l'interdipendenza economica tra le due macroaree giustifica ampiamente questa scelta: per ogni euro investito al Sud, spiega Svimez, si generano circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese e di questo circa 30 centesimi, pari al 25%, ricade nel Centro-Nord, in termini di maggiore domanda di beni e di servizi.

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Ma dove investire? Due gli asset strategici ribaditi anche ieri dalla Svimez per utilizzare al Sud i soldi europei. E cioè, un piano per rafforzare le infrastrutture sociali «e garantire omogeneità e accesso a fondamentali diritti di cittadinanza, dalla salute alla formazione, alla mobilità» che la spesa storica continua a negare. E le infrastrutture: e qui Svimez, in linea con l'indicazione europea per sostenere la prospettiva green e la strategia euro-mediterranea, rilancia l'idea di «infrastrutturazione del quadrilatero Zes del Mezzogiorno (Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e l'asse siciliano» nonché le autostrade del mare e «le connessioni secondarie tra direttive strategiche ed aree interne». Spiega Giannola: «Con il Recovery Fund possiamo finalmente mettere in connessione il Mezzogiorno continentale e le sue sette regioni, spesso litigiose tra di loro e prive di visione unitaria di sviluppo, con le Zone economiche speciali: perché è qui, con i grandi interventi di bonifica previsti per i singoli porti e quelli relativi ai retroporti nonché con i vantaggi della semplificazione amministrativa, che può davvero ripartire l'economia meridionale, attraendo investimenti privati sempre più massicci. È un quadrilatero in cui vivono 12 dei 20 milioni di persone del Sud, ancora lontane dai livelli economico-sociali medi del Paese: per questo, concentrare gli investimenti al Sud vuol dire maggiore coesione e crescita del Paese».

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