Quota 100, viaggio tra i forzati della pensione: «Meno soldi, più salute»

Domenica 3 Febbraio 2019 di Antonio Menna

«Perché ho fatto domanda per Quota 100? Semplice: non ce la faccio più». Lo dice col sorriso Marilena, insegnante presso la scuola media Verga di Napoli. Capodimonte, a pochi passi dal bosco. Ma lei vive a Chiaiano. Ogni mattina avanti e indietro. «Dicono che il nostro sia un lavoro comodo: solo poche ore, poi estate, Natale, tanta vacanza. Ma stare in classe con venti, trenta ragazzi; avere occhi per ciascuno di loro, è logorante, soprattutto quando hai più di 60 anni e lo fai da 40». Marilena è una delle tante insegnanti che sono corse a presentare la domanda per la pensione anticipata. Dalla scuola e dalla sanità, il maggior numero di richieste. «Se va bene dice l'insegnante chiudo questo anno scolastico e poi posso fare la nonna. Ho una nipotina e magari do una mano a mia figlia. Come me molte colleghe della mia generazione. Siamo entrate in classe giovani, cominciando da lunghi cicli di supplenze. Io ho girato molte scuole di Napoli, ho visto diventare padri i miei primi alunni. In altri lavori, quando diventi anziano passi di mansione, entri in un ufficio, magari ti dedichi ad attività meno usuranti. Noi insegnanti non possiamo fare altro. Diventa pesante. Non ho badato nemmeno al fatto di perdere o no soldi. Vale la pena recuperare qualche anno di vita».
 
Non la pensano tutti come Marilena, però. Soprattutto i lavoratori dipendenti del settore privato, i conteggi li fanno. «Ho presentato domanda. Ma resto in dubbio». A parlare è Nicola, un impiegato di un grande gruppo bancario in attesa presso un Patronato Caf del Vomero, che spiega di essere orientato a optare per Quota 100 solo se i tagli alla pensione non saranno troppo punitivi. «Ho guadagnato bene confessa e non vorrei sul finale di carriera penalizzare troppo la mia previdenza. Non ho fretta di pensionarmi, il mio è un lavoro tranquillo. Ma si vedono tagli e trasferimenti, se posso andarmene senza perderci troppo, ne approfitto».

«Abbiamo avuto almeno 50 richieste al giorno di informazioni su Quota 100 dice Antonio Culiers, titolare di un Patronato Caf in via De Ruggiero, al Vomero - Non abbiamo raccolto domande. La gente è dubbiosa. Vuole capire. Le informazioni sono frammentarie. La preoccupazione è che andando in pensione prima si possa perdere qualcosa sull'ammontare dell'indennità. Non tutti sono disposti. Magari per qualcuno vale la pena restare qualche altro anno al lavoro».

«Ho passato una vita intera accanto ai malati dice Mauro, infermiere al Monaldi di Napoli e in fila all'Inps di via Guantai, a duecento metri dal suo luogo di lavoro e accetto la Quota 100 pure se mi tolgono i soldi dalla pensione. Non si ha idea di cosa significhi stare una giornata di lavoro intera in piedi in un reparto. Altro che 40 anni, io ne avrei anche di più di anzianità di servizio. Ma all'inizio i contributi chi te li versa? Io ho tutto in regola da quando lavoro nel pubblico, con qualche anno riscattato. Noi siamo stremati. Negli ultimi dieci anni ho visto centinaia di colleghi andare in pensione e non essere sostituiti. I servizi, però, sono rimasti sempre gli stessi. Meno persone a garantirli e più lavoro, anche per noi che abbiamo superato i sessant'anni. Io questa opportunità la stavo aspettando e non me la lascio sfuggire». La stessa storia di fatica e fuga la racconta una dipendente comunale di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Preferisce che non si faccia il suo nome. Come se confessare la stanchezza, avendo un posto pubblico, fosse una cosa di cui vergognarsi. «Ho avuto problemi di salute in questi anni chiarisce ma ho sempre cercato di non assentarmi. In pochi anni, da trecento dipendenti siamo scesi a duecento, con il blocco del turn over. Nel mio ufficio eravamo in cinque, ora siamo in tre. L'utenza è cresciuta, visto che ci occupiamo di scuola e di disagio sociale. Una utenza anche problematica, difficile. Il rapporto con il pubblico, a un certo punto, logora. Con la Quota 100, in ragione dei mancati contributi che potrei ancora versare, avrò un cento euro in meno sulla pensione. Ma non è solo questo: restando al lavoro avrei i ticket restaurant, la produttività, gli straordinari. Sono soldi in più sulla busta paga che in pensione non prenderò. Ma sinceramente penso di guadagnarli tutti in salute. Naturalmente il mio stesso discorso non lo farà chi è abituato a imboscarsi, come nel pubblico può accadere. Io ho sempre rispettato l'utenza, e mi sono fatta in quattro. E, infatti, non ne posso più».

«La Pubblica amministrazione è stremata avverte Lorenzo Medici, segretario regionale Cisl Funzione pubblica -, a dispetto di quello che si dice, i lavoratori pubblici non ce la fanno più. Non mi sorprende che molte domande per Quota 100 arrivino da qui, soprattutto da alcuni settori di frontiera, al Sud e nel rapporto con l'utenza. Siamo da anni in sotto organico cronico. In dieci anni, nella sanità campana hanno lasciato il lavoro 13mila 500 persone, e non sono state sostituite. Tutti i carichi si sono distribuiti su chi è rimasto. Il paradosso è che con queste uscite i problemi del sovraccarico per chi rimane si aggraveranno ancora di più. La Pubblica amministrazione, a questo punto, rischia davvero la paralisi, a cominciare proprio dall'Inps che, tra Quota 100 e Reddito di cittadinanza, è chiamata a gestire carichi di lavoro mai visti prima con sempre meno persone. La prospettiva è drammatica».

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