Elezioni a Roma, un test sui partiti con l’incubo dell’astensione

Domenica 3 Ottobre 2021 di Lorenzo De Cicco
Elezioni a Roma, un test sui partiti con l’incubo dell’astensione

Cinque anni in politica sono un’era geologica (anche più di una). Per dire: alle comunali di Roma del 2016 la Lega era sotto al 3%; il Pd sbalestrato dal post-Marino arrancava al 17%; il Movimento 5 Stelle scavallava il 35%, con punte del 43%, percentuale da Diccì dei tempi d’oro, nelle periferie di Torbella e Ostia. Fratelli d’Italia era al 12%, Forza Italia, che correva col civico Marchini slegata da Salvini e Meloni, raggiungeva il 4. E ora? Per i partiti è il momento della grande conta, con un occhio all’ultimo risultato disponibile, quello delle europee del 2019 (ma anche quella era un’altra epoca) e di fatto senza conoscere il proprio peso effettivo in città da quasi due anni e mezzo. La grande incognita è l’astensione: nel 2016 al primo turno l’affluenza aveva superato di poco il 57%, scivolando al 50% al ballottaggio. È un tema che interroga i partiti in queste ore: al termine di una campagna elettorale un po’ in sordina e brevissima, chi riuscirà a mobilitare di più i propri elettori?

Tutti gli schieramenti hanno in tasca sondaggi riservati, anche negli ultimissimi giorni, ma un conto sono le rilevazioni a campione, un altro sono i voti veri. Ecco perché nelle coalizioni c’è grande attesa. Con sfide intestine, dal centrodestra al centrosinistra, covate sottotraccia in queste settimane e pronte a riaffiorare durante lo spoglio.

Si vota per il sindaco, certo, ma tra oggi e domani, si decidono anche gli equilibri di quella che sarà la futura giunta di Roma Capitale. Negli scatoloni delle sezioni si pesano i partiti. E i candidati consiglieri. Un punto percentuale in più o in meno può costare un assessorato. Lo stesso vale per gli aspiranti onorevoli: i “mister preferenze” dello schieramento vincente possono puntare a una poltrona nell’esecutivo, mentre chi si piazzerà nella parte bassa del ranking del consenso dovrà rimanere in panchina.

Per la medaglia di primo partito a Roma, stando ai pronostici, sarà una sfida a due, tra Pd e Fratelli d’Italia. Alle europee del 2019 i dem erano balzati addirittura al 30%, mentre i meloniani erano sotto al 9. Ma oggi se la giocano entrambi per la prima piazza cittadina. Per FdI c’è anche una gara nella gara: la competition interna è naturalmente con la Lega, che nella Capitale punta al 10%, bottino che il partito di Meloni spera di doppiare. Nel campo di Gualtieri, la lotta è per il secondo posto, tra la civica dell’ex ministro e la sinistra spacchettata in due (Sinistra ecologista e Roma Futura). L’ordine di arrivo conta per la composizione della giunta. 

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Nello schieramento di Raggi, la prima novità è la formula: il M5S non corre più da solo, la sindaca schiera 5 liste civiche, due in particolare aiuteranno a capire gli equilibri interni alla galassia 5 Stelle. La prima è la civica personale di «Virginia» (dove sono stati dirottati alcuni potenziali big delle preferenze, come l’assessore al Personale uscente Antonio De Santis, l’uomo delle 5mila assunzioni in Comune), l’altra è la lista Roma ecologista, sponsorizzata da Dibba, ormai fuoriuscito dal Movimento. M5S sa di essere lontano dal 35% del 2016, ma spera nell’effetto Raggi. Col sogno di acciuffare comunque il primo posto.

Nei calcoli dei partiti, c’è naturalmente la variabile Calenda: l’ex ministro dello Sviluppo non corre sotto le insegne della “sua” Azione, ma con una civica che raggruppa anche candidati indipendenti e renziani. E stando agli ultimi sondaggi pubblicati due settimane fa, anche come lista, l’obiettivo è ben oltre la doppia cifra.

Ultimo aggiornamento: 16:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA