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GIORGIA MELONI

Governo, Salvini resta ma ora va in pressing. Scontro sulla giustizia

Mercoledì 15 Giugno 2022 di Barbara Acquaviti e Mario Ajello
Governo, Salvini resta ma ora va in pressing. Scontro sulla giustizia

Uscire dal governo? Salvini e Berlusconi si sono sentiti e si sono detti: «No, non si può. Giorgia dovrà farsene una ragione». Anche se le sfumature del loro no sono diverse, insuperabile quello del Cavaliere, mentre l’ex Capitano in queste ore per lui difficilissime e confuse ogni tanto tentenna anche se sa che non può permetterselo: «O il governo comincia a pensare ai cittadini o la Lega farà le sue scelte...». Velate minacce ma prive di sostanza perché se Matteo facesse il Papeete bis non perderebbe solo Giorgetti e i governatori (a parte il fedelissimo Attilio Fontana che si aspetta la ricandidatura al Pirellone) ma buona parte del Carroccio. Quindi? È come dice Tajani parlando dei forzaleghisti: «L’opzione di abbandonare il governo non esiste». E allora? Tra Salvini e Berlusconi, il no alla proposta della Meloni («Staccate la spina a Palazzo Chigi») si traduce in un «ci faremo sentire sempre di più nel governo perché così non si può andare avanti». Berlusconi, ieri, ha riunito Fi ad Arcore: «Sostegno al governo fino al 2023». E sugli alleati: «La questione della leadeship è la meno importante. Per i ballottaggi mettiamo da parte i personalismi, conta l’unità della coalizione». Una cosa ripetono gli azzurri: con il flop leghista anche l’idea della federazione pare tramontare. 

Nel caso salviniano, c’è un vero e proprio piano di guerra anti-Draghi che sembra più un programma da partito di opposizione che da chi vuote restare nella maggioranza. «Prepariamo la guerriglia su tutto, a cominciare da una contro-Finanziaria», dicono gli sherpa di Matteo. Imporre al governo l’idea di pace fiscale fino ai diecimila euro, la quota 41 sulle pensioni, la riesumazione di una scala mobile per contrastare l’inflazione: il piano di guerra è questo, e contiene anche molto altro. Se poi, a dicembre, Salvini non avrà raccolto niente e Draghi non avrà concesso alcunché, allora una bella verifica e magari una (improbabile) crisi. La risposta a Giorgia - fanno notare ai vertici della Lega - «non è farci affossare il governo ma mettere in campo proposte migliorative per i cittadini». «L’unità del centrodestra - dice il segretario ai suoi - si trova sulle cosa da fare e non sulle polemiche e sulle parole». 

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Ma il Carroccio è lacerato su tutto. C’è il potente genovese Edoardo Rixi che dà la colpa al governo: «Sostenere Draghi non paga». C’è il governatore Fedriga che sostiene il contrario: «Il lavoro dei governisti viene mortificato». C’è il vicesegretario Fontana impaziente: «Se la Lega non sta lì per incidere, è inutile che stia al governo». In quel governo dove Giorgetti, per senso di responsabilità, per profonda fiducia in Draghi e per allergia ad ogni Papeete, vuole rimanere pur riconoscendo rischi e difficoltà. E ci sono i governatori nordisti sul piede di guerra nei confronti del segretario indebolito e zoppicante. L’attacco non è di Zaia ma quasi. È di un suo fedelissimo, l’assessore regionale veneto Roberto Marcato, sgomento come tutti per il tracollo leghista e il trionfo melonista nel nord-est. «È il momento di fare una profonda riflessione e di riprenderci le parole d’ordine che forse negli ultimi tempi abbiamo abbandonato: autonomia, lavoro, sicurezza, famiglie, territorio».  

Salvini, nella nuova strategia da vietcong, include in primissima posizione anche la giustizia, dopo la tremenda botta ricevuta nel referendum.  Vendere cara la pelle sulla legge Cartabia, ecco l’altro corno. In Senato riprende il suo percorso la riforma della giustizia e del Csm e non arrivano infatti buone notizie per il governo. La Lega, e anche Italia Viva, vuole dare un segnale politico. Nella riunione di maggioranza di ieri salviniani e renziani hanno lasciato cadere nel vuoto l’invito avanzato dalla ministra Cartabia, di ritirare i loro emendamenti (60 su 250).

La somma dei loro voti con quelli di FdI non dovrebbe mettere a rischio l’approvazione del testo in commissione nella versione che ha già avuto il via libera della Camera. E il sì definitivo dell’aula di Palazzo Madama dovrebbe arrivare entro giovedì sera. Ma il vero tema in discussione è quello del rispetto della disciplina di maggioranza. Non soltanto perché si tratta di una delle riforme legate ai fondi del Pnrr, ma perché potrebbe aprire una stagione di “mani libere” in Parlamento di cui certamente Mario Draghi non sente il bisogno. 

Ultimo aggiornamento: 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA