Il voto sul caso Open Arms, Salvini: «Posso farcela anche in Aula»

Giovedì 28 Maggio 2020 di Mario Ajello
Il voto sul caso Open Arms, Salvini: «Posso farcela anche in Aula»

La svolta Ue sui fondi all'Italia (e agli altri Paesi) è uno spiazzamento non facile da digerire per Matteo Salvini. Il quale però, intanto, prepara con Meloni e Tajani, la piazza del 2 giugno a Roma e nelle altre città. I tre leader si sono visti nello studio del capo della Lega al Senato e hanno organizzato la manifestazione anti-governo. Che sarà silenziosa, per motivi di sicurezza e sanitari, senza assembramenti (solo parlamentari e dirigenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia), con cartelli parlanti (del tipo: «Più soldi agli italiani» e «Cig subito») e con un enorme striscione tricolore e slogan come questo: «L'Italia la facciamo ripartire noi». Cioè l'opposizione. Ci sono trattative per far partecipare al flash mob, perché questo sarà e mancherà anche il palco (la mega adunata si terrà invece il 4 luglio al Circo Massimo), Silvio Berlusconi. Non sarà facile averlo in piazza, sempre a causa di motivi sanitari, ma la grande sorpresa sarebbe il suo arrivo direttamente dalla Francia, dove ancora si trova nella villa della figlia Marina.

Il 2 giugno è dietro l'angolo. Ma dietro l'angolo successivo, nella seconda metà del mese, ci sarà un evento ancora più importante. Lo showdown del voto in aula al Senato sull'autorizzazione al procedere per l'ex ministro dell'Interno per il caso Open Arms. «Posso vincere anche in aula però con Renzi non si sa mai, con lui non si può stare mai sereni...». Salvini lo dice con un sorriso, in un corridoio di Palazzo Madama, pensando appunto alla madre di tutte le battaglie. Fidarsi o non fidarsi di Renzi che in Giunta s'è staccato dalla maggioranza e in aula come fanno intendere molti di Italia Viva potrebbe votare insieme al centrodestra sottraendo il capo leghista dalle mani dei pm siciliani?

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Al Senato, versante centrodestra, si fanno i conti e a Salvini arrivano messaggi così: «Il colpaccio si può fare se Italia Viva non si ritira dalla lotta e aggiunge i suoi voti ai nostri». I calcoli: Lega più FdI più Forza Italia hanno 139 voti. Con i 17 di Italia Viva - ammesso che qualcuno non si defili - si arriverebbe a 156. Con altri 5 voti si raggiungerebbe quota 161, la maggioranza assoluta che serve per salvare Salvini. La novità su cui confidano nel centrodestra per sottrarre al processo il capo della Lega sarebbe nel gruppo delle Autonomie dove un pezzo dei sudtirolesi di Svp, di solito filo-governativi, si oppone all'eccessiva «deriva filo-contiana» del proprio gruppo. Vogliono contare di più, e usando la tecnica Renzi, cioè stressare continuamente il governo e aprirsi spazi di visibilità, credono di poter avere maggior vice in capitolo. Non solo.

Le speranze di voti aggiuntivi salva-Matteo, e non ne servono tanti, sono rivolte verso un drappello di grillini - oltre agli ex M5S inquieti e bellicosi contro il gruppo di provenienza come Ciampolillo, Bucarella, Martelli - che oltre alla Riccardi, già in Giunta smarcatasi dalla maggioranza e pronta a rifarlo nell'emiciclo, sarebbero: Tiziana Drago, che non ha votato l'ultima fiducia al governo ed è quella che partecipò al forum ultracattolico della famiglia a Verona organizzato dalla Lega, il genovese Crucioli proveniente da una famiglia di giuristi e garantisti e Valerio Junio Romano. Insomma si può fare? Il senatore leghista Candiani, ex sottosegretario al Viminale, fedelissimo di Salvini, la vede così: «Il parere della Giunta stabilisce inequivocabilmente la correttezza dell'operato di Salvini. Se il voto in aula dovesse ribaltare la decisione della Giunta sarebbe evidente a tutti, alla luce tremenda delle chat dei magistrati uscite sui giornali, che si vuole colpire politicamente Salvini e che il Pd ha organizzato questa pessima trama».
 


La Lega non vuole fare pressing su Italia Viva per il voto di giugno («Non siamo stalker», sorridono i salvinisti) ma sperano assai nei renziani che stanno studiando le carte. E che hanno la posizione così sintetizzata dal capogruppo dei senatori, Davide Faraone: «Sui temi del garantismo, noi valutiamo nel merito, non ci sarà vincolo di maggioranza che tenga».

E insomma se in Giunta i renziani non sono stati decisivi nel sostegno a Salvini, in aula da loro dipende tutto. Ed è questo che fa tremare Conte. Nelle sue stanze ci si aspetta di tutto per il giorno della grande battaglia e girano, in un misto di terrore e fatalismo, osservazioni del tipo: «Renzi è un corsaro. Si tratta di capire quale sarà in quel preciso momento il suo interesse contingente. E sulla base di quello muoverà i suoi in aula».
 

Ultimo aggiornamento: 12:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA