Senato, le larghe intese per la difesa comune Ue

Sabato 11 Settembre 2021 di Mario Ajello
Senato, le larghe intese per la difesa comune Ue

Larghe intese per il Colle? Quelle, semmai, arriveranno a gennaio. E infatti i leader di partito, sia quelli intervenuti in presenza sia quelli che hanno partecipato da remoto all'iniziativa in Senato sull'11 settembre 2001 e le sue conseguenze vent'anni dopo, glissano sul tema Quirinale: «Se ne parlerà a tempo opportuno». Adesso, le larghe intese che in questa giornata di confronto - organizzata da Pier Ferdinando Casini in qualità di presidente del gruppo italiano dell'Unione interparlamentare - sembrano delinearsi tra Enrico Letta, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Giuseppe Conte e Matteo Renzi riguardano l'Afghanistan. E poggiano su una comune convinzione: occorre dotarsi di una politica di difesa europea, di un esercito Ue, di un nuovo protagonismo del Vecchio Continente che non affidi più la protezione dell'Occidente e la cura della pace mondiale agli Stati Uniti.

I leader di partito riuniti chez Casini, e con la presidente Casellati in veste di padrona di casa ma anche di relatrice, sono d'accordo su questo? Parrebbe proprio. Ed è un buon segnale che ieri, parlando del più grave attentato della storia all'umanità, non abbia vinto la retorica ma il bisogno pratico di affrontare la nuova urgenza che vent'anni dopo si chiama ancora Afghanistan e che non si limita a quel territorio in quanto la sconfitta dell'Occidente è in corso in tante aree. Ma purtroppo, fa notare Renzi, «la Nato è in uno stato di morte cerebrale».

Il potere, come ha detto una volta Casini, «è un telefono che squilla». E visto che alla chiamata di Pier hanno risposto tutti i leader e che tutti loro riconoscono in lui - veterano della Repubblica, in Parlamento da 38 anni - un'ottima figura di garanzia istituzionale, nell'uditorio non si faceva che dire ieri mattina nella sala di Palazzo Giustiniani: «I capi partito sono qui per una pre-investitura di Casini al Quirinale». «Ma suvvia...», è la versione di Pier. E Salvini lì accanto: «Abbiamo, dalla salute alla scuola, dal lavoro alle pensioni, tante priorità e del Colle ne parleremo da gennaio». Idem gli altri, con tanto di polemica a distanza Meloni-Letta. Lui: «Moratoria sulla corsa al Colle, parliamone quando ci sarà e non faccio giochi di Palazzo». Lei: «A dire niente giochi di Palazzo è il capo di un partito che sta al governo da sempre senza aver mai vinto un'elezione». 

Meglio concentrarsi per ora sul tentativo di ridefinire equilibri globali che coinvolgano tutti, dalla Cina alla Russia e agli altri player con la Ue in posizione finalmente centrale. Casini: «La storia chiama tutti noi ad assumerci ulteriori responsabilità e ad uscire da uno stadio di infantilismo politico che delega all'America l'onore di essere attore globale. La super-potenza non c'è più». Proprio così. Anche se - Casellati dixit - «va consolidato il nostro rapporto con gli Usa». Conte, in collegamento, parla ma dice poco. La Meloni - in presenza solo Tajani e Salvini - manda un video incalzante: «La Ue deve darsi capacità militare e un assetto confederale. Sono condizioni indispensabili per contare nel mondo».

E ancora: «Guai a ridurre le spese militari e guai a fare accordi con gli Stati integralisti». Rapporto con Kabul? «E' un governo guidato da terroristi». Le larghe intese italiane sul post-fuga dall'Afghanistan, se davvero si materializzeranno, vedono per ora un'occasione storica nel G20 promosso da Draghi, che possa diventare non solo una riunione parolaia ma - come insiste Tajani - «una vera e propria conferenza di pace». Le intese globali saranno naturalmente complicate ma se da noi lo spirito casiniano regge - quello della pax interna al Palazzo a proposito di Afghanistan e dintorni - si può dire che è già qualcosa. 

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