Silenzio elettorale, il più ignorato dei divieti: «La legge è da cambiare»

Alla Camera un testo di riforma che estende il silenzio a tutte le piattaforme. Per l’AgCom dovrebbero essere i social a fermare i politici che violano il blocco

Lunedì 4 Ottobre 2021 di Marco Conti
Silenzio elettorale, il più ignorato dei divieti: «La legge è da cambiare»

Da anni è una certezza. Quando Silvio Berlusconi si reca al seggio cronisti e telecamere vanno a colpo sicuro, anche se ormai non suscita più scandalo. Da qualche tempo il Cavaliere non è però l’unico a violare il silenzio elettorale che anche in questa occasione è scattato dalla mezzanotte di venerdì e si prolunga sino alla fine delle votazioni. La normativa sul “silenzio elettorale” risale al ‘56. Venne rivista nel ‘75, per estenderla a tutte le trasmissioni Rai e nel 1984 alle emittenti private. Obiettivo: permettere una più serena decisione da parte dell’elettore. È però lecito dubitare che la normativa abbia ancora senso visto che il legislatore ha di fatto silenziato radio e televisioni ma continua a restare escluso tutto il mondo dei social.  

Anche se i “santini” con il volto e il nome dei candidati e il simbolo del partito resistono, nell’era delle grandi piattaforme informatiche obbligare radio e tv al “silenzio” pare da tempo anacronistico e si avverte l’esigenza di ampliare i confini del silenzio o abolire la legge del ‘56. Poco prima delle ultime elezioni europee l’Agcom ha provato a metterci una toppa predisponendo delle linee guida per le maggiori piattaforme digitali, ma aggirare i controlli che dovrebbero fare Facebook, Google o WhatsApp non è difficile e le sanzioni sono blande. Il Codacons ieri ha detto di voler presentare un esposto alla Procura e al garante della privacy contro coloro che tramite WhatsApp hanno inoltrato «messaggi inviati da movimenti politici che appoggiano la sindaca Virginia Raggi con cui si invitano i cittadini a recarsi alle urne». 

«Ogni volta tutti si lamentano, ma poi la legge non si cambia», attacca il deputato di Italia Viva Michele Anzaldi che ha presentato nel 2016 alla Camera una proposta di modifica della legge del ‘56. Analogo tentativo lo fece la senatrice del M5S Serenella Fucksia Palazzo Madama, ma non ci fu seguito. «Ho riproposta il testo in questa legislatura e ora è in Commissione Affari Costituzionali», incalza Anzaldi secondo il quale «in questa campagna elettorale anche la “par condicio è stata aggirata». 

Nel disegno di legge si prevede il divieto, nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni, di fare propaganda elettorale, «diretta o indiretta», «nei propri siti internet e nei servizi di social network da parte dei candidati, dei partiti, dei movimenti e dei gruppi politici organizzati». La violazione di tale divieto è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria da mille a 5 mila euro. 

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Resta il fatto che con la normativa attuale le dichiarazioni degli esponenti politici - fatte ai seggi o altrove - non dovrebbero rimbalzare sui mezzi di informazione il giorno del voto. La legge esclude gli organi di partito, anche se da tempo quotidiani come “Il Popolo” e ”l’Unità” non sono in edicola. «È sempre rimasta fuori dall’obbligo del silenzio “Radio Radicale” perché considerata organo di partito», ricorda il sottosegretario ed esponente di +Europa Benedetto Della Vedova. «Non c’è dubbio però - continua l’ex presidente di Radicali italiani - che la normativa è ipocrita. Andrebbe abolito sia il “silenzio elettorale” che il divieto di diffondere sondaggi. In occasione del recente voto in Germania abbia letto le percentuali sino al giorno prima del voto». 

Secondo la normativa vigente il silenzio scatta ventiquattr’ore prima dall’apertura dei seggi. Chi non lo rispetta rischia una sanzione amministrativa che va da un minimo di 103 euro fino ad 1.032 euro, e si applica senza tener conto dalle modalità più o meno palesi attraverso le quali si infrange il silenzio. In attesa che il legislatore chiuda il “bug” di sistema, ognuno va per proprio conto. «È un classico che non tramonta!», sostiene ironicamente Giorgio Lainati, ex componente della Vigilanza Rai. «A San Marino è dal 2012 che il “silenzio” è stato esteso a social network, blog e forum. Da tempo ci sono canali social che hanno rilevanza ben maggiore, specie sulle giovani generazioni, della tv tradizionale».

Ultimo aggiornamento: 11:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA