Sinistra e M5S, una sconfitta annunciata tra gestacci in aula e vaffa show in piazza

Giovedì 26 Ottobre 2017 di Mario Ajello
A metà pomeriggio, tra un voto di fiducia e l'altro e in mezzo a grida contro tutti («Grasso, dimettiti!», «Mattarella codardo» ), i grillini fanno scattare l'Aventino e bersaniani e Sinistra Italiana li seguono. Tutti sanno però che l'Aventino, quello vero (1924) fu una grande sconfitta e deve saperlo anche Grillo, che pure non è uno specialista di storia. «Vinceranno loro - grida da piazza del Pantheon, non molto piena ma trasformata in un pozzo di rabbia: «Siete circondati», «Vi arresteranno tutti» - perché il Rosatellum è una legge dopata. Ma se dovessimo vincere noi... la nostra sarà una vittoria tripla!». C'è aria di sconfittismo però in tutti gli improperi che volano fuori e dentro l'aula del Senato. Nel gesto dell'ombrello esibito dal pentastellato Giarrusso, mentre dice il No alla prima fiducia e si becca un «buzzurro» da parte di una senatrice dem. Nella grillina Lezzi che scandisce il suo No ed «e un No a testa alta, mai con Barani e Verdini!».

Ecco la sfilata dei 5 stelle che votano con gli occhi bendati, per sottolineare che il Rosatellum ha tolto ai cittadini il diritto di vedere quali candidati votare. Quando sul palco del Pantheon, Grillo, Di Maio e Dibba si mettono la benda tutti e tre, la piazza gode. Ma è come se questa piazza e l'intero M5S non sentano più soffiare il vento della storia in poppa, e sarà per colpa dell'«obbrobrio-imbroglio» del Rosatellum o dell'evidente affaticamento (o forse noia) di Beppe o della resurrezione del centrodestra (dal lombardo-veneto alla Sicilia, dove viene dato vincente il 5 novembre), di fatto questo senso d'impotenza rende ancora più rabbioso l'universo 5 stelle. «Ladri, mafiosi, bastardi...»: urla la folla quando vede il fotomontaggio di Renzusconi (Renzi più Berlusconi, mostrificati). «Mattarella, stai attento a firmare la legge», avverte il Dibba tra le ovazioni. «Questa è una cosa schifosa fatta da schifosi», grida Paola Taverna. «Parlamento di infamiiii», è l'immagine coniata dalla folla piazza indignata e sempre più eccitata. Da dentro Palazzo Madama, in cui penetrano da lontano questi rumori di guerra, alla buvette viene definito «diaciannovismo» ciò che sta accadendo. Ovvero: la furia scatenata dai grillini in seguito all'imposizione dei voti di fiducia sembra ricordare l'aondata anti-parlamentarista che visse l'Italia nel 1919, da destra a sinistra, e che si trova nei libri di storia. Quello che ha appena scritto il senatore di centrodestra Andrea Augello - «Arditi contro» (Mursia) - viene sfogliato da vari colleghi in buvette e riporta frasi come questa dell'anarco-fascista Mario Carli del luglio 19: «Sono una casta che deve cadere e cadrà!». Proprio concetto come quelli declamati ora da Grillo e dai suoi. Beppe: «Hanno la velocità degli scippatori, ho detto alla polizia di andare là e accerchiarli loro». «Sìììì», risponde l'uditorio. Che appena sete l'espressione «voto di fiducia» esplode: «Neanche i fascisti...». «Mussolini era un pivello in confronto a questi», conferma la Taverna. E via con i cori: «Onestà-onestà-onestà» e «Libertà-tà-tà».

I VELOCI
Tra i drappi del Senato, c'è invece chi, come l'ottimo senatore dem Sposetti, una vita nel Pci, amico e vicino di posto di Napolitano, osserva spiritosamente: «Se ci fosse stata un'operazione per impallinare il Rosatellum, che a me non fa impazzire, Ugo (cioè lui, ndr) ci sarebbe stato, ma siccome questa operazione non c'è, votiamo la legge senza tirarla troppo per le lunghe». Così è andata infatti. «Abbiamo fatto tutto, presto e bene», si compiace il super-renziano Marcucci, alla fine della giornata assai rumorosa ma dall'esito già scritto in anticipo.
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