«Sud inefficiente», ma la classifica nasconde il trucco dei tagli ai diritti

Venerdì 24 Maggio 2019 di Marco Esposito
Nord in testa - Pisa, Parma, Padova, Piacenza, Cesena, Reggio Emilia - e Sud in coda, con Foggia, Brindisi, Napoli, Taranto, Bari e Salerno peggiori di tutte. La solita classifica, si dirà. Solo che stavolta il parametro non è la ricchezza ma l'efficienza. Ed è possibile che il Mezzogiorno sia tutto e sempre inefficiente?

La polemica corre da due giorni in rete dopo la pubblicazione del rapporto «L'efficienza dei Comuni nelle Regioni a statuto ordinario» firmato da Alessandro Banfi per l'Osservatorio Conti pubblici italiani, la struttura guidata da Carlo Cottarelli, economista della Cattolica e noto valutatore degli sprechi pubblici. Lo studio fa due verifiche su 52 città: quanto spende un Comune rispetto al fabbisogno assegnato e che quantità di servizi offre rispetto alla media delle città di analoga dimensione. Il principio è corretto ma la base dati è viziata da storture gravissime, evidenziate dal ministro Giovanni Tria in Parlamento quando ha sottolineato che nell'attuazione del federalismo fiscale per i Comuni si è fatta «prevalere in questi anni l'esigenza di limitare gli effetti redistributivi del nuovo sistema, attraverso complesse soluzioni tecniche, quali il livello dei servizi per le funzioni di costo, il target perequativo al 50% e le clausole di salvaguardia per limitare gli eccessi».
 
Cosa è accaduto? Che con una raffica di formule che non è eccessivo definire truccate si sono alzati i fabbisogni riconosciuti nel territori ricchi e si sono tagliati i diritti nel Mezzogiorno. I metodi utilizzati sono due: quando il servizio al Sud non c'è si è certificato che non serve (il caso più noto è il fabbisogno zero di asili nido); la seconda tecnica è ridurre il fabbisogno riconosciuto anche quando la spesa c'è, in base a una formula diabolica chiamata «effetti territoriali» la quale in sostanza dice che se un Comune si trova in una regione che offre poco, anche il Comune deve offrire meno servizi sociali. Una regola scattata nel 2017 e ancora in vigore la cui definizione corretta è «razzismo»: ti do meno di quanto ti è necessario perché sei campano (o calabrese, pugliese, lucano).

Le classifiche di Cottarelli fingono di ignorare che in Italia non sono mai stati definiti i Livelli essenziali delle prestazioni e quindi è iniquo considerare i fabbisogni standard assegnati come un obiettivo in rapporto al quale misurare la spesa. Semmai vanno confrontate spesa reale e servizi offerti, come si accinge a fare il sito di docenti universitari Roars.it, specializzato nello smascherare le bufale. Un esempio concreto può chiarire meglio il caso. Salerno è un Comune del Sud che offre un buon livello di servizi, ma per Cottarelli ha la «colpa» di spendere più del fabbisogno assegnato, per cui diventa uno dei più inefficienti d'Italia. Una città vicina per abitanti a Salerno è Ferrara. Ebbene: a Ferrara è riconosciuto un fabbisogno standard per servizi sociali e nidi di 26,1 milioni mentre a Salerno appena di 15,9 milioni. Come mai il fabbisogno assegnato a Salerno per asili nido, assistenza ai disabili e anziani non autosufficienti è così basso rispetto a Ferrara? La formula fa venire i brividi solo a pronunciarla: per errata residenza. Cioè perché Salerno è in Campania e quindi le tocca meno, e quel «meno» dal 2017 è stato trasferito nelle aree più ricche. Sommando tutte le voci, Salerno spende 128 milioni contro i 102 milioni di Ferrara ma offre servizi valutati 6 in una scala da 0 a 10 contro il voto 3 che si becca Ferrara. Bocciare il 6 di Salerno e tollerare il 3 di Ferrara conferma che la strada per l'equità territoriale e l'efficienza è ancora tutta da percorrere.
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