Taglio dei parlamentari, alla fine tutti votano sì. Referendum più difficile

ARTICOLI CORRELATI
di Barbara Acquaviti

Raramente si era vista una sfilza così numerosa di «voto sì, ma». Forse mai era capitato di sentire tante volte i deputati dichiarare che si sarebbero espressi «convintamente a favore» di un provvedimento e, subito dopo, sciorinare critiche su critiche. È il taglio dei parlamentari, bellezza.
Perché ieri la Camera ha dato il quarto e definitivo via libera alla legge costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori di un terzo, facendoli passare da 945 a 600, e lo ha fatto persino con una maggioranza plebiscitaria: 553 voti a favore, 14 contrari e due astenuti. La maggioranza si dimostra autosufficiente con 325 sì (ne bastavano 316), ma si aggiungono anche i voti delle opposizioni. «A differenza del Pd e di M5S la Lega non tradisce e mantiene la parola», chiosa Matteo Salvini. A esprimersi in dissenso, è stata praticamente solo +Europa oltre a pezzi del gruppo Misto.

Taglio parlamentari è legge, la cena di Di Maio e Zingaretti: un piano per il doppio turno

MALUMORI
In realtà, i malumori e i mal di pancia hanno attraversato tutti i partiti, compreso il M5S che, al termine della votazione, si è trovato in piazza per festeggiare una storica battaglia. Festeggia, soprattutto, Luigi Di Maio convinto di aver così rafforzato la sua leadership nel Movimento: «Abbiamo portato il Parlamento a riavvicinare i cittadini». E aggiunge, con un messaggio a Matteo Renzi: «Il prossimo test è la riforma della giustizia: se non dovessero esserci i numeri ne trarremo le conseguenze». La fronda, almeno per il momento, è rientrata, anche se 5 dissidenti grillini sono assenti ingiustificati al voto finale. A metterci la faccia, con un intervento in aperto dissenso, è però il solo Andrea Colletti.
Il governo è presente al gran completo. C'è chi, come l'ex grillino Matteo Dall'Osso, ironizza sui risparmi che effettivamente si avranno. «È lo 0,007%, neanche fosse un agente segreto». I pentastellati, invece, preferiscono dire che sono 300mila euro al giorno.
Regge il patto della nuova maggioranza giallo-rossa. L'accordo - che ha messo nero su bianco le prossime riforme da fare, a cominciare dalla legge elettorale - consente al Pd e a IV di giustificare l'incredibile capriola che li ha portati a dire sì dopo aver votato tre volte contro. «Il nostro no, quando eravamo all'opposizione, era un no convinto a difesa di questa istituzione, e siccome abbiamo chiesto e ottenuto delle garanzie, diciamo oggi convintamente sì», tenta di spiegare il capogruppo dem, Graziano Delrio. I renziani si sforzano molto meno di far credere che questa riforma gli vada a genio. Anzi, Roberto Giachetti spiega che se non fosse per «lealtà» al patto di maggioranza mai e poi mai avrebbe avallato il taglio. Tanto che annuncia di essere pronto a mettersi alla testa dei comitati referendari per il no.

Infatti, poiché la legge non ha ottenuto il via libera dei due terzi dei componenti di Camera e Senato nella seconda lettura, in base all'articolo 138 della Costituzione, potrà essere sottoposta a referendum popolare se, entro tre mesi dalla pubblicazione, ne faranno domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Ma è chiaro che un voto plebiscitario rende il referendum più difficile da sostenere.
Adesso però il Pd chiede che i patti vengano rispettati. «Siamo stati e saremo sempre leali», assicura Di Maio. Anche il premier Giuseppe Conte, presente in aula al momento del voto finale, lancia un segnale: «Un passo concreto per riformare le nostre istituzioni. Per l'Italia è una giornata storica».
 
Mercoledì 9 Ottobre 2019, 07:29 - Ultimo aggiornamento: 09-10-2019 07:45
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP