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Tangentopoli, 30 anni dopo che cosa resta: su 4500 indagati 1200 imputati condannati

Martedì 15 Febbraio 2022 di Gigi Di Fiore
Tangentopoli, 30 anni dopo che cosa resta: su 4500 indagati 1200 imputati condannati

Bettino Craxi, segretario nazionale del Psi, lo bollò come «un mariuolo» prendendone le distanze e abbandonandolo al suo destino giudiziario. In carcere, Mario Chiesa, presidente socialista della casa di riposo milanese Pio Albergo Trivulzio, si sentì scaricato dal suo partito e, poco tempo dopo, divenne un fiume in piena di rivelazioni. Iniziò così, ora sono 30 anni, la storia giudiziaria che azzerò un sistema politico, travolse destini individuali, sconvolse assetti e equilibri di potere. Prima a Milano e poi, in rapida progressione, in ogni altra parte d’Italia. Napoli compresa. Era il 17 febbraio 1992, quando Mario Chiesa venne arrestato dai carabinieri del capitano Roberto Zuliani con in mano un mazzetto di banconote segnate. Erano 14 milioni, su una appalto di 140. Lo aveva denunciato Luca Magni, titolare di una ditta di pulizie, e il pm Antonio Di Pietro, che aveva indagato su Chiesa già cinque anni prima, organizzò la trappola con Zuliani. Magni si presentò da Chiesa con un microfono nascosto in una penna e una microcamera in una valigetta. A sfogliare i giornali di 30 anni fa, colpisce come quell’episodio sia stato relegato in una semplice notizia nelle pagine interne. Fu invece l’inizio di tangentopoli.

L’ACQUA MINERALE
«Dite al presidente che l’acqua minerale è finita» avvisò Di Pietro all’avvocato di Mario Chiesa. Si riferiva ai due conti correnti sequestrati in Svizzera, chiamati «Levissima» e «Fiuggi». Poi tutto precipitò, anche perché Di Pietro scelse di non chiedere un rapido processo per direttissima. Aspettò e, da quel fascicolo, dai conti svizzeri, dalle ammissioni degli indagati successivi fino alle dichiarazioni d’attacco ai magistrati di Craxi, allora potente leader del Psi, fu tutto un crescendo di attività giudiziarie. La Procura milanese era guidata da un gentiluomo di origini napoletane, Francesco Saverio Borrelli. Venne coinvolto dall’intraprendenza irruenta del suo sostituto molisano Di Pietro, ex poliziotto, che parlava senza fronzoli e nella sua stanza numero 253 riuniva ogni giorno carabinieri e poliziotti per discutere delle indagini. Si allargò la rete degli episodi di corruzione, si scoprirono fondi segreti inesplorati e i fascicoli si estesero ad altri sostituti della Procura milanese, ognuno con simpatie per una corrente diversa della magistratura. C’era Gherardo Colombo, misurata eminenza grigia, che sin dagli inizi sostenne che «da solo, lo strumento giudiziario non riuscirà ad affrontare un sistema di corruzione così esteso». Arrivano poi Piercamillo Davigo e, più tardi, anche Franco Greco. Ognuno titolare di fascicoli che si aggiungevano a quelli aperti da Di Pietro, che racconterà: «A un certo punto, non facevamo in tempo a firmare richieste di arresti che si presentavano politici e imprenditori a denunciare e ad autoaccusarsi, anticipandoci».

Il fenomeno, da giudiziario divenne anche politico, sociale, economico. Storia. Un’intera generazione di cronisti crebbe alla svelta di pari passo con l’aumento progressivo dei fascicoli. Ogni giorno, fuori le porte della Procura, o dinanzi l’ufficio del gip Italo Ghitti, che firmava gran parte delle ordinanze cautelari chieste dai sostituti. Era la corsa all’ordinanza, all’interrogatorio, alle soffiate degli investigatori. E, per incanto, con il consenso che per i magistrati cresceva sempre di più, quasi tutti i giornali sostennero le indagini e le accuse. Gli articoli non davano spazio al dubbio, 40 anni di Repubblica erano al capolinea. Un sistema di potere, che aveva avuto in tutti i partiti di governo e anche di opposizione le fondamenta, crollava. A Milano, il sostegno ai magistrati era favorito anche dalla nascita di un nuovo partito, che aveva incrementato i consensi alle elezioni regionali: la Lega nord di Umberto Bossi. Si opponeva ai partiti dominanti, appoggiava il lavoro della Procura, interpretava la voglia diffusa e generica di voltare pagina.
 

LA SVOLTA
Era il 27 marzo 1992, appena 38 giorni dopo dall’arresto, quando il capitano Zuliani mostrò a Mario Chiesa un pizzino sequestrato con nomi e cifre. Era il libro mastro delle tangenti. Ma il 1992 fu anche l’anno delle elezioni politiche e quella bufera giudiziaria le avrebbe condizionate. Sarebbe stata la legislatura più breve della storia repubblicana italiana. Terminò dopo appena 722 giorni. I risultati del voto furono un segnale: calarono Dc e Psi; perse consensi anche il Pds, partito voluto dal segretario nazionale Achille Occhetto comunista sulle ceneri del Pci dopo la caduta del muro di Berlino tre anni prima. La fine delle ideologie, la fine della guerra fredda e delle contrapposizioni tra est e ovest del mondo fecero da premessa alla spallata di tangentopoli. Oltre alla Lega, guadagnarono voti Pri e Pli. Ma le astensioni oltrepassarono il 17 per cento e il «Corriere della sera» titolò il 6 aprile: «Elezioni terremoto». In pochi mesi, successe di tutto: l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio di inchieste impensabili fino a pochi mesi prima; le elezioni politiche con il calo dei partiti dominanti; l’avvio della sanguinosa stagione stragista decisa da Cosa nostra per scelta della cosca dominante dei Corleonesi. Il 23 maggio, la strage di Capaci con la morte del giudice Giovanni Falcone fece da acceleratore alla rapida elezione a capo dello Stato del Dc Oscar Luigi Scalfaro. Le indagini scavarono nel Psi e Scalfaro preferì designare Giuliano Amato, allora considerato un tecnico, alla guida del governo, su proposta di Bettino Craxi. Alla Procura di Milano, nasceva il pool Mani pulite con Di Pietro che ne era l’immagine mediatica più spendibile. Il magistrato venuto dal popolo di cui interpretava l’ansia di pulizia dalla corruzione, contro i politici potenti. Poi l’eminenza grigia Colombo, lo studioso Davigo. A rileggere le 34 pagine della relazione di apertura dell’anno giudiziario del 13 gennaio 1993, tenuta a Roma dal procuratore generale della Cassazione, Vittorio Sgroi, colpisce l’assenza di accenni alla corruzione e alle indagini di Mani pulite. L’anno dopo, lo stesso magistrato fece ammenda, aggiornando le sue letture sulla realtà giudiziaria italiana e il 12 gennaio 1994 disse: «Il fatto cruciale dell’amministrazione della giustizia nel 1993 è costituito dalla capillare moltiplicazione delle inchieste che si designano con la formula “mani pulite”». E poi registrò l’umore del Paese: «Da scongiurare la trasformazione della piazza in luogo in cui si celebrano i processi e si pronunciano le condanne».

I MALANDRINI
Ma il clima generale era proprio da processi di piazza. Sulla «Stampa», Ernesto Galli della Loggia definì i partiti «combriccole di malandrini, dove hanno rubato tutti». Travolto dagli avvenimenti, Bettino Craxi tenne il suo famoso intervento in Parlamento il 3 luglio 1992. Parlò di «buona parte del finanziamento politico irregolare o illegale». E aggiunse: «Se questa materia dovesse essere considerata materia criminale, allora gran parte del sistema sarebbe criminale. Nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazione importanti, credo possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario». Una chiamata di correità, nel tentativo di chiudere a riccio il sistema politico contro l’offensiva giudiziaria. Era scontro, mentre dalle indagini erano soprattutto Dc e Psi i partiti che uscivano più colpiti con i loro esponenti principali. L’undicesima legislatura registrò il record di inquisiti in Parlamento, con 851 domande di autorizzazione a procedere, 457 parlamentari inquisiti e 1233 imputati condannati. In totale, gli indagati, soprattutto dalla Procura milanese, arrivarono a 4500. Il sistema di tangenti venne calcolato in 620 miliardi di lire in poco più di cinque anni, con la Dc e il Psi accusati di averne ricevuti il 90 per cento. Nel suoi meccanismi, la spartizione veniva descritta dai fascicoli giudiziari: pagamenti a Dc e Psi, poi alle altre formazioni del pentapartito, come Psdi, Pri e Pli, infine al Pci-Pds attraverso lavori assegnati alle Cooperative rosse.
 

IL PROCESSO SPETTACOLO
Fu il processo per la maxi-tangente Eni-Eminont che portò in tutte le case lo spettacolo di tangentopoli: 90 miliardi divisi tra tutti i partiti, versati dal finanziere Raul Gardini con la mediazione di Sergio Cusani dirigente del gruppo Ferruzzi. Gli imputati erano quasi tutti i politici che contavano: Craxi, Renato Altissimo, Umberto Bossi, Gianni De Michelis, Arnaldo Forlani, Giorgio La Malfa, Claudio Martelli, Carlo Vizzini, Primo Greganti, Paolo Cirino Pomicino. L’accusa in aula venne sostenuta da Antonio Di Pietro. Il processo, celebrato con rito immediato, fu trasmesso in diretta Rai. La gente guardava, si indignava, accusava, condannava senza appello. Sfilarono tutti i politici potenti, la sentenza arrivò il 28 aprile 1994 con 23 condanne. Due giorni dopo, fuori l’hotel Raphael di Roma, circa 200 persone attesero Craxi e gli lanciarono manciate di monetine urlando «ladro, ladro». Era un clima di intolleranza in crescendo. Poco prima della fine della legislatura, a maggio 1994, prima di perdere l’immunità parlamentare Craxi decise di partire per la latitanza a Hammamet. Non sarebbe più ritornato in Italia. 
 

NUMERI E SUICIDI
Il capolavoro mediatico del pool mani pulite fu la diretta tv del luglio 1994 con il comunicato letto contro il decreto del primo governo Berlusconi, che avrebbe aperto le porte a molti detenuti di tangentopoli. Il pool comparve in tv, Di Pietro lesse lo scritto preparato da Davigo, che annunciava le dimissioni del pool. Il «decreto salvaladri» fu subito ritirato. Era ormai chiaro il rapporto di forza squilibrato tra magistratura e politica. Dal 1993, le inchieste hanno portato a giudizio 3200 indagati. In 1281 sono stati condannati o hanno patteggiato. Gli assolti sono stati 498 mentre, fino al 2003, le prescrizioni sono arrivate a 730. Ha scritto Luigi Ferrarella, cronista giudiziario del «Corriere della sera»: «Ancora nel 2003 si sono perse le tracce delle statistiche di 700 posizioni, trasmesse da Milano ad altre città per competenza. Tutto fa supporre che abbiano ingrossato i dati della prescrizione». Dati su cui pesano i suicidi di indagati, coinvolti nelle inchieste e travolti dagli arresti, ma anche dai titoli in prima pagina. Raul Gardini si sparò un colpo di pistola alla testa, poco prima di tenere l’interrogatorio concordato con Di Pietro il 23 luglio 1993. Tre giorni prima, nel carcere milanese di San Vittore si era ucciso l’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, soffocandosi con un sacchetto di plastica. Scriveva nella sua lettera di addio: «I magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica; siamo cani in un canile dove ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione». Prima di loro, il 2 settembre 1992, sparandosi un colpo di fucile, dopo due avvisi di garanzia si era ucciso il deputato bresciano socialista Sergio Moroni. Nel conto totale, i suicidi collegati alle inchieste di tangentopoli in tutt’Italia sono stati 31 tra il 1992 e il 1994. I politici coinvolti nelle inchieste sono arrivati a 1069, gli arresti 4525. Il passaggio di testimone politico, nella continuità del lavoro giudiziario, avvenne il 21 novembre 1994 con l’invito a comparire firmato dai magistrati milanesi per Silvio Berlusconi presidente del Consiglio. Dalla prima alla seconda Repubblica, le indagini del pool proseguivano. Ma ha commentato Luigi Ferrarella: «Il popolo che plaudiva alle manette quando scattavano solo ai polsi dei potenti, appena le indagini si sono estese più in basso tra professionisti, medici, giudici venduti, burocrati e impiegati, ha cominciato a tradire Mani pulite». 

Ultimo aggiornamento: 17:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA