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Toti e la Federazione per il Centro: «Il partito dei moderati è già presente nel Paese. Dopo il Colle si accelera»

Martedì 1 Febbraio 2022 di Ernesto Menicucci
Toti: «Il partito dei moderati è già presente nel Paese. Dopo il Colle si accelera»

Giovanni Toti è in macchina, tra Milano e Genova: «Scusi eh, ma mi sto andando ad occupare dei problemi delle periferie genovesi...». L'elezione per il Colle, col ruolo da Grande elettore è passata: si torna sul territorio, ai problemi concreti dei cittadini. Sullo sfondo, ma neppure tanto, le macerie dei partiti in frantumi e la scomposizione (e ricomposizione) dello scenario politico.

Toti, dopo la partita del Quirinale è rinato il Centro?
«Se è per questo, è un processo che non inizia neppure in questa settimana di trattative per eleggere il Presidente della Repubblica ma parte da lontano, almeno dalle elezioni del 2018».

In che senso?
«Che la vicenda Quirinale ha fatto solamente da acceleratore di particelle di qualcosa che già esisteva nel Paese».

Perché, secondo lei, questa voglia di moderazione?
«Perchè dopo il Parlamento da aprire come la scatoletta di tonno, dopo i sovranisti, la pandemia soprattutto ci ha riportato alla realtà, alla necessità di avere risposte concrete: altrimenti non avremmo gestito una crisi sanitaria, economica e anche sociale».

Che fine faranno le attuali coalizioni?
«Va ripensato completamento l'equilibrio politico generale. Chi dice, come la Meloni, che il centrodestra non esiste più così com'è, sta dicendo in realtà che il bipolarismo così com'è non esiste più. A meno che non vogliamo credere che, a sinistra, Di Maio, Conte, Letta, Franceschini, Speranza parlino tutti la stessa lingua. Si fa fatica nello stesso partito, figuriamoci in partiti diversi....».

Il polo di Centro nascerebbe intorno alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale?
«Quello è un passaggio fondamentale per l'aggregazione di soggetti politici che condividono la stessa impostazione».

Renzi lo vede più verso il centrosinistra o con voi?
«Matteo ha una posizione centrale, visto il posizionamento di Italia Viva nell'ultimo anno di vita parlamentare, a cominciare dalla legge Zan».

E nel centrodestra?
«Ripartirei dal patto della Maddalena...».

Sarebbe?
«La riunione a piazza della Maddalena, dientro al Pantheon, durante le trattative per il Quirinale, con noi, Forza Italia, Lupi, Cesa. Quando si è deciso di andare su Casini o, in ultima analisi, su Mattarella».

Ecco, Casini. Che ruolo avrà, da uomo delle istituzioni, l'ex presidente della Camera?
«Casini è un punto di riferimento per chi crede nel riscatto della politica sui tecnici, della cultura del dialogo che diventa una cifra di governo. Con grande senso istituzionale, quando erano rimasti lui e Mattarella, si è tolto dalla contesa di sua iniziativa. Darà sicuramente il suo contributo culturale e politico».

Tornando alla formazione di centro che potrebbe nascere, chi ne sarebbe il federatore?
«Non uno solo, ma una serie di soggetti. Del resto, negli ultimi cinque anni, abbiamo visto bruciare più leader che in tutta la storia repubblicana. Un modello alla tedesca, dove la Cdu è stabilmente alleata della Csu bavarese. Oppure un sistema alla francese, con l'esperienza dell'Ump gollista francese».

Tanti leader, nessun leader...
«Una tribuna d'onore inevitabilmente ci sarà, ma non un monarca o un dittatore di epoca romana. Ma credo che bisogna coagulare le forze politiche sulle idee, non sulle persone».

Dica la verità: lei è stato un franco tiratore nella vicenda Casellati?
«Non ho mai fatto il franco tiratore in vita mia. Ma avevo avvertito che anche fosse passata, sarebbe stata una vittoria di Pirro, che generava elezioni anticipate e la rottura della maggioranza. Churchill disse: potevano scegliere tra il disonore e la guerra; hanno scelto il disonore e avranno la guerra...».

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